martedì 25 aprile 2017

Modena, 29 aprile 2017 ore 16

Un convegno di economia con la partecipazione di un vincitore del Festival di Sanremo non ve lo sareste aspettato, vero ? e invece...

venerdì 21 aprile 2017

Non so come andranno le elezioni francesi, ma…


…trovo interessante questo articolo, segnalato da Stefano Sylos Labini. Aldo Cazzullo (sul Corriere della Sera) cita i punti di contatto tra la candidata anti-establishment di destra, Marine Le Pen, e l’anti-establishment di sinistra, Jean-Luc Mélenchon; e a un certo punto si legge quanto segue:

“Soprattutto, sono [entrambi] contro il sistema, le élites, l’establishment, i “media di regime” e la finanza, cui minacciano di rimborsare il debito pubblico in “moneta fiscale” o in franchi”.
 
L’ho trovato interessante perché una volta di più dà evidenza che il progetto Moneta Fiscale / CCF, quando si arriva al momento di ipotizzare soluzioni praticabili per uscire dai vincoli dell’Eurosistema, è di gran lunga l’alternativa più plausibile: forse l’unica. Questo è vero in Francia così come in Italia.
 
L’articolo di Cazzullo non chiarisce (non è la sede giusta, va detto) vari temi importanti, che è auspicabile siano invece ben presenti nella testa di MLP e di JLM.
 
In primo luogo, il progetto MF / CCF può essere un ponte verso lo scioglimento dell’euro, ma non necessariamente. Ne risolve infatti le disfunzionalità e sul piano tecnico ha tutte le caratteristiche per essere un nuovo assetto permanente, ed efficiente, dell’Eurozona.

Inoltre, l’emissione di MF / CCF è il mezzo per rilanciare la domanda interna e incrementare la competitività delle aziende. Senza bisogno di spaccature della moneta unica e di ridenominazioni di crediti e debiti.

Non essendoci ridenominazioni, non si tratta di “rimborsare il debito pubblico in “moneta fiscale””, ma di stabilizzarlo (lasciandolo in euro). Mentre MF / CCF svolgono la funzione di rilanciare domanda, crescita e occupazione.

Magari (lo sapremo domenica) al ballottaggio per le elezioni presidenziali francesi andranno Fillon e Macron, e non JLM e MLP (già notevole comunque che un derby tra candidati anti-establishment sia una concreta possibilità: poche settimane fa era impensabile).

Ma il punto degno di nota è che l’espressione “moneta fiscale” sta diventando ricorrente anche negli organi di informazione “allineati”. E lo diventerà sempre di più: perché il dato di fatto è, e rimane, che l’Eurosistema nella sua struttura attuale non funziona.


mercoledì 19 aprile 2017

Italy's Third Way Between Austerity and Euroexit

By Biagio Bossone and Marco Cattaneo


Everybody is talking in these days in France about the possibility of either Ms Le Pen or Mr Melenchon winning the presidential election and engineering a France-exit from the Eurozone.

Perhaps less noticeable but possibly even more eventful are in our view the developments that are taking place in the Italian political landscape. With the national institute of statistics (ISTAT) certifying 4.5 million Italians living in absolute poverty (three times the 2007 level, and not declining) the debate is intensifying on whether the country should still struggle to remain within the Eurozone.

At least four main political parties are seriously considering the introduction of some form of parallel currency as a way to overcome the Eurosystem’s dis-functionalities. The Fiscal Money project was recently introduced in Beppe Grillo's M5S electoral program (M5S being credited with a 30% support, according to recent polls), while Mr Berlusconi, who still leads Forza Italia (13%), talks about a national parallel currency and the right wing coalition of Mr Salvini's Lega Nord and Ms Meloni's Fratelli d'Italia (17%) plans to distribute tax-backed small-denomination government bonds, albeit as an intermediate step eventually leading to ExItaly.

The time is ripe for having a national debate on ‘Fiscal Money’ as an instrument to avert Italy taking the complex step of leaving the euro, while giving it a strong chance to recover from perennial stagnation.


What is Fiscal Money?

It is a tax-credit security, issued by the Government, which entitles its holders to reduce future tax payments, say, two years from its issuance. It is assigned, free of charge, to households (thus supplementing their income) and to enterprises (thus cutting their labour costs), and a portion of it can also be used to fund social programs and public investment. It is not legal tender, but it can be voluntarily used and accepted as a means of payment in exchange for goods, services and assets of all types. As to its value vis-à-vis the euro, it should trade at a discount similar to a 2-year zero-coupon bond, but if uncertainty were to widen its discount or make it too erratic, an interest rate could be paid on its holdings to stabilize its value. As the Eurostat rules stipulate, fiscal money would not add to the current budget deficit and public debt, and would be recorded in the budget only when used for tax rebates. 

Once assigned, fiscal money would provide additional purchasing power. In a stagnant economy with largely underused resources, a multi-year sustained program of fiscal money issuances would increase spending, raise output and employment, and generate during the 2-year deferral the additional revenues needed to finance the tax rebates, until full-employment were achieved. In the (unlikely) event of raising inadequate revenues, pre-committed safeguard measures would kick in automatically, thus offsetting any deficit. These safeguards would therefore assuage market uncertainties as to potentially negative budgetary implications. The reduction of enterprise labour cost, on the other hand, would improve Italy’s external competitiveness and prevent trade balances from worsening under increasing demand and support the output multiplier effect.

In conclusion, whereas there would be no downside risks even in the event of the program fiscally underperforming, in all other cases the economy would recover as expectations steadily improve, confidence is restored and enterprises start new investments.


How does fiscal money work?

Fiscal money would be exchanged across a nationwide electronic platform where all resident agents hold accounts that can be accessed through cards, mobile phones or the Internet.  Government would allocate new fiscal money issuances by directly crediting the accounts of select agent categories. Payments and value transfers would take place via the simultaneous debiting and crediting of the accounts of payers and payees, respectively, and fiscal money would become the settlement instrument for all transactions executed in the platform. Fiscal money could also be exchanged as an asset, being demanded from those who may want to use it for future tax rebates or to make profit out of asset price arbitrage.  

Participation in the platform would be governed by a voluntary arrangement whereby the state and individual agents (enterprises, workers, pensioners, merchants and utilities, as well as banks and other financial institutions) accept to use and receive fiscal money for transaction purposes. While not compulsory, acceptance would be actively promoted and supported by Government, with a view to maximizing efficient and effective circulation of the new monetary instrument.


What would be gained?

In practice, fiscal money is the only option available to reflate the economy of a country, such as Italy, with no fiscal space left, no monetary sovereignty, and thus no control over exchange rate policy. We believe it is the only ‘third way’ possible between austerity and Euroexit, capable to help the country survive the shortcomings of the deeply flawed euro architecture.  

giovedì 13 aprile 2017

Intervento al convegno Attuare La Costituzione - il transcript

Grazie a Francesco Chini, che si è sobbarcato la faticaccia di trascrivere il mio intervento (e anche tutti gli altri della giornata !) e a Bottega Partigiana che li sta pubblicando sul suo sito.

martedì 11 aprile 2017

CCF e Moneta Fiscale: obiezioni e confutazioni


L’inserimento del progetto Moneta Fiscale nel programma M5S per le prossime elezioni politiche ha dato luogo a un buon numero di commenti su stampa e media.

Vale la pena di sintetizzare le principali critiche che sono state sollevate, e le relative confutazioni.


Obiezione numero 1: CCF e Moneta Fiscale violano i trattati che disciplinano il funzionamento della moneta unica europea.

Confutazione: CCF / MF sono titoli che danno diritto a beneficiare di riduzioni di pagamenti altrimenti dovuti (in particolare, per tasse e imposte) alla pubblica amministrazione dello Stato che li emette. Sono quindi titoli di sconto fiscale, a utilizzo differito.

Non c’è alcuna violazione del monopolio di emissione monetaria della BCE. La BCE rimane l’unico soggetto emittente di moneta ad accettazione obbligatoria in tutti i 19 paesi dell’Eurozona. CCF / MF sono invece accettati dallo stato emittente solo sulla base di un impegno unilaterale, e solo per una particolare finalità (riduzioni di pagamenti, soprattutto per tasse e imposte).

Qualsiasi altro soggetto economico sarà libero di accettare i CCF / MF, o meno, come contropartita negli scambi di beni, servizi, investimenti finanziari ecc. L’accettazione sarà completamente volontaria (non ci sarà corso forzoso, in altri termini). Su base volontaria, nessuno vieta (né mai è stato vietato) di scambiare beni e servizi contro attività diverse dall’euro (valute straniere, altri beni e servizi in forma di baratto, azioni, obbligazioni o titoli di qualsiasi tipo, ecc.).


Obiezione numero 2: CCF e Moneta Fiscale violano i trattati che disciplinano la governance economica dell’Eurosistema e i relativi regolamenti attuativi.

Confutazione: trattati e regolamenti sono finalizzati a limitare i deficit di bilancio pubblico, in modo da raggiungere l’equilibrio tra entrate e uscite, di stabilizzare il debito in valore, e di ridurlo gradualmente ma costantemente in rapporto al PIL (che si suppone cresca nel tempo, per l’effetto combinato dello sviluppo economico e di un moderato ma positivo tasso d’inflazione). Questo è, in particolare, il senso del Fiscal Compact.

La governance dell’Eurosistema è stata impostata in questi termini per evitare turbolenze e potenziali dissesti derivanti dalla crescita dell’indebitamento pubblico in uno o più stati membri, in quanto non è prevista né la condivisione dei rischi legati a potenziali default, né una garanzia assoluta da parte della BCE (la garanzia c’è, ma in buona sostanza è collegata al rispetto del Fiscal Compact).

I CCF / MF non comportano, tuttavia, alcun impegno di rimborso: l’emittente non può quindi essere costretto al default. I CCF / MF, di conseguenza, non sono debito: i regolamenti Eurostat, coerentemente, precisano senza ambiguità che un non-payable tax credit – un titolo che dà diritto a ridurre pagamenti futuri verso la pubblica amministrazione, ma non a ricevere un rimborso cash – non debba essere computato nel debito. Vedi qui.


Obiezione numero 3: se anche i CCF / MF non sono debito al momento dell’emissione, incrementano il debito (a parità di condizioni) al momento dell’utilizzo. Il problema è quindi solo spostato nel tempo.

Confutazione: il CCF / MF ha valore autonomo fin dal momento dell’emissione perché incorpora il diritto a uno sconto fiscale futuro. Chi li riceve beneficia quindi di un immediato arricchimento patrimoniale e aumenta la propria capacità di spesa. L’economia italiana soffre in questo momento (in effetti da vari anni) di un pesante deficit di domanda, che causa disoccupazione elevata e sottoutilizzo del potenziale produttivo del paese. In queste condizioni, l’effetto espansivo di un’immissione di potere d’acquisto nell’economia è particolarmente elevato (moltiplicatore keynesiano superiore all’unità: purtroppo il moltiplicatore funziona anche al contrario, motivo per il quale – contrariamente a quanto allora si sperava – le manovre restrittive intraprese nel 2011-2012 per cercare di limitare deficit e debito pubblico hanno avuto effetti disastrosi, producendo un calo di PIL di oltre il 4%).

Peraltro, se i CCF / MF sono emessi con una dilazione temporale di utilizzo (per beneficiare degli sconti fiscali) di (ad esempio) due anni, anche un moltiplicatore keynesiano sotto l’unità è sufficiente per raggiungere a termine l’equilibrio tra maggior gettito lordo prodotto dall’espansione economica, e riduzione di gettito prodotta dagli sconti.


Obiezione numero 4: in ogni caso, si viola il principio costituzionale che prevede l’indicazione di coperture specifiche per ogni nuova spesa pubblica, o per ogni riduzione di entrata fiscale.

Confutazione: il principio viene totalmente rispettato se le coperture vengono previste, con attuazione però differita al momento in cui i CCF / MF diventeranno utilizzabili per conseguire sconti fiscali (non ha senso, peraltro, che le coperture agiscano prima). Per esempio, nel 2018 si emettono CCF / MF per 30 miliardi con scadenza di utilizzo (per conseguire gli sconti fiscali) al 2020; le coperture vengono immediatamente identificate, ma con attuazione (eventuale) nel 2020.

Nel caso limite in cui chi riceve CCF / MF non li utilizzi in alcun modo (li dimentichi in un cassetto per due anni, in pratica) per utilizzarli poi nel 2020, si farà “partita patta”: riduzione di gettito da un lato, coperture che scattano per pari importo dall’altro.

Questo è un caso limite del tutto inverosimile (e comunque non crea alcun effetto negativo rispetto a non attuare il progetto Moneta Fiscale). Con ogni probabilità, al contrario, l’espansione economica e il connesso maggior gettito faranno automaticamente decadere la necessità di attivare le coperture.


Obiezione numero 5: l’accettazione del CCF / MF richiede comunque che la collettività – cittadini, aziende, operatori finanziari - abbia fiducia nel valore del titolo.

Confutazione: il CCF / MF incorpora un diritto illimitato nel tempo, a partire da una data futura (peraltro vicina nel tempo: ad esempio, come detto, da due anni dopo l’emissione in poi) a beneficiare di uno sconto fiscale. Sotto questo aspetto è più sicuro di un titolo di Stato emesso dalla Repubblica Italiana con impegno al rimborso in euro. La Repubblica Italiana potrebbe non disporre degli euro per rimborsare un BTP, mentre non potrà mai essere forzata a disconoscere l’impegno ad accettare il CCF / MF per ridurre pagamenti di imposte o tasse. E un diritto di riduzione fiscale ha sempre un valore (appunto perché ci saranno sempre pagamenti fiscali da effettuare).


Obiezione numero 6: l’emissione di una rilevante quantità di CCF / MF metterà in agitazione i mercati finanziari.

Confutazione: al contrario, è altamente probabile che li tranquillizzi. Oggi l’impegno dell’Italia a portare in pareggio il saldo tra entrate e uscite pubbliche in euro è molto arduo da raggiungere, e nella misura in cui ci si prova rischia di aggravare le pesanti condizioni di depressione di cui l’economia italiana soffre ormai da anni. Il progetto Moneta Fiscale crea invece i presupposti per raggiungere l’equilibrio dei saldi di finanza pubblica, avviando contemporaneamente un processo di forte e rapido recupero dell’economia. Senza peraltro (vedi il punto 4) effetti negativi neanche nello scenario più pessimistico (e più inverosimile), cioè nell’ipotesi di effetto espansivo nullo.


Obiezione numero 7: la ripresa economica, in regime di cambi fissi, implica un peggioramento dei saldi commerciali esteri.

Confutazione: questo effetto è facilmente evitabile, erogando alle aziende una parte dei CCF / MF emessi, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti (una stima plausibile può essere il 25% del totale, che all’incirca è l’incidenza sul PIL sia dell’export che dell’import). Questo crea un immediato recupero di competitività e consente di avviare una rilevante ripresa economica senza peggiorare la bilancia commerciale.

Va comunque ricordato che l’Italia non parte da una situazione di squilibrio nei flussi commerciali esteri, e neanche di pareggio, ma di forte attivo. Nel 2016 il saldo delle partite correnti è stato positivo per circa 45 miliardi; il puro interscambio di beni e servizi ha registrato un’eccedenza di quasi 60 miliardi.

venerdì 7 aprile 2017

Video convegno Attuale La Costituzione, Milano 18.3.2017

Più che entrare nei dettagli tecnici di CCF e Moneta Fiscale, ho cercato di chiarire perché sul piano politico la via di affiancamento ha più probabilità di raggiungere il risultato, rispetto a quella di rottura (dell'euro).

Il che poi è coerente con la constatazione che a questo punto di moneta parallela / fiscale parlano tutte le forze politiche, in un modo o nell'altro: il solo PD escluso (per ora).

Il M5S ne sta facendo un punto di programma, Berlusconi parla da tempo di moneta complementare, la Lega di Minibot fiscali (in questo caso come transizione verso l'euroexit).

Significa i rappresentanti di due terzi dell'elettorato. Cosa che non ho mancato di far notare, negli ultimi giorni, a qualche osservatore non particolarmente attento secondo il quale "di Moneta Fiscale parlate solo voi...".

Qui il video.


giovedì 6 aprile 2017

Default su debito in moneta propria: alcuni chiarimenti


Qualche giorno fa mi sono trovato immerso in un animato dibattito (su twitter) in merito alla possibilità che un paese faccia default su debito denominato nella propria moneta nazionale. Le discussioni vertevano sul fatto che qualcosa del genere possa accadere al Giappone, o all’Italia in caso di ritorno alla lira.

Mi veniva, da alcuni, contestata un’affermazione che in effetti non ho mai formulato.

Non ho mai detto che nella storia non si siano mai verificati default su debito in moneta propria. E’ accaduto, e l’esempio recente più rilevante e più frequentemente citato è quello russo del 1998.

Ho invece affermato, e non vedo come si possa contestarlo, che uno stato non può mai essere forzato a fare default su debito in moneta propria. Se sono l’emittente della moneta, nessuno mi può costringere a non onorare un impegno espresso in quella moneta. Mi sembra che non ci sia nemmeno necessità di spiegarlo.

Se, quindi, in qualche rara occasione il default su debito in moneta propria è avvenuto, si è trattato di una consapevole scelta di politica economica: volontaria, non imposta.

E’ possibile immaginare almeno due giustificazioni per un’operazione di questo tipo (al di là delle valutazioni di merito sull’opportunità di effettuarla).

In primo luogo, lo stato emittente potrebbe ritenere necessario ridurre il potere d’acquisto in circolazione nella propria economia, per frenare eccessi di domanda e di inflazione. Il default in questo senso è assimilabile a un’imposizione fiscale (a una tassazione patrimoniale, per la precisione). Posso preferire far subire la perdita di potere d’acquisto ai titolari del debito pubblico invece che tagliare spese o aumentare le tasse su redditi, consumi, immobili o quant’altro.

In secondo luogo, posso cercare di mantenere un determinato rapporto di cambio tra la mia moneta e le valute estere. Se non ho abbastanza riserve valutarie per convertire la moneta in circolazione, devo adottare politiche deflattive. E una forma di politica deflattiva è ridurre la moneta propria, o i titoli da rimborsare in moneta propria, per abbassare le probabilità di ricevere richieste di conversione a cui non riesco a far fronte sulla base di un rapporto di cambio che, per qualche motivo, ho deciso di mantenere fisso a un determinato livello.

Come si vede, all’origine della decisione in entrambi i casi c’è la volontà di deflazionare l’economia: nel primo caso per ridurre la domanda e l’inflazione, nel secondo per sostenere il cambio.

Che lo strumento più opportuno per ottenere questi risultati sia il default su debito in moneta propria è discutibile, e in effetti si è verificato solo in circostanze estreme. Ma il punto è un altro: non ha senso preoccuparsi di un rischio di default sul debito pubblico giapponese “perché è il 230% del PIL”. Il rapporto al PIL non rileva: rileva il fatto che il Giappone non ha problemi di inflazione e non è in regime di cambio fisso con nessun’altra valuta.

Né avrebbe senso preoccuparsi per un default in moneta sovrana dell’Italia dopo il ritorno alla lira e l’adozione di un regime di cambio flessibile. Il rapporto debito pubblico / PIL anche qui non ha importanza. Importanti sono invece l’inflazione bassissima, e la domanda fortemente depressa rispetto alle capacità produttive del sistema economico: condizioni sotto le quali adottare politiche deflattive è privo di senso.

L’Italia, tornata alla lira e ai cambi flessibili, non potrebbe essere forzata al default e non avrebbe alcuna necessità, né teorica, né pratica, di prendere nemmeno lontanamente in considerazione un’eventualità del genere. Sarebbe, in altri termini, nella posizione odierna del Giappone, non in quella della Russia nel 1998.