sabato 7 settembre 2013

Bagnai e AfD: problema euro, la soluzione “morbida” esiste


e forse è anche l’unica realmente percorribile.
 
Alberto Bagnai ha dedicato un articolo, pochi giorni fa, ad Alternative Fuer Deutschland (AfD), il partito euroscettico che tra due settimane si presenterà, per la prima volta, alle elezioni politiche tedesche.
 
Ne avevo già parlato qui. AfD propone una riforma del sistema monetario europeo basata sul principio che “siano i paesi del Sud Europa ad uscire dall’euro e che l’euro venga mantenuto solo nei paesi del centro”.
 
AfD non ha elaborato la sua proposta in dettaglio, ma ne ha chiarito alcuni principi tra cui “l’introduzione nel periodo di transizione di valute parallele” in modo tra le altre cose da ottenere che sia preservato il valore dei crediti verso il Sud.
 
Bagnai ha espresso un parere negativo sull’ipotesi di AfD in quanto presuppone il “mantenimento in valuta forte (euro) dei ... debiti esteri”. Secondo Bagnai, “una proposta opportunistica e scaltra: i paesi del Sud infatti rimarrebbero schiavi dei mercati, perché i loro debiti resterebbero definiti in una valuta della quale non avrebbero il controllo (l’euro). Tuttavia, la svalutazione della propria moneta consentirebbe loro di procurarsi (via rilancio dell’export) gli euro con i quali rimborsare il paese egemone”.
 
Un’analisi più approfondita porta, a mio parere, a conclusioni differenti.
 
L’ipotesi AfD è omogenea al progetto Certificati di Credito Fiscale, che anch’esso prevede l’introduzione di strumenti monetari paralleli (paese per paese) tramite i quali sarà possibile effettuare due azioni di politica economica.
 
PRIMO, finanziare azioni di sostegno della domanda della dimensione necessaria al ripristino della piena occupazione.
 
SECONDO, ridurre la fiscalità che grava sui costi da lavoro, in modo da riallineare la competitività delle aziende italiane ai livelli tedeschi.
 
Il problema, dice Bagnai, è che in tal modo si rimane schiavi del mercato in quanto indebitati in una moneta della quale non si detiene il controllo.
 
Ma ci sono le condizioni per cui questo sia un fenomeno transitorio.
 
Attuando il progetto CCF, l’Italia recupera la piena occupazione, mantiene in equilibrio la sua bilancia commerciale, e abbassa il rapporto debito pubblico / PIL. Il debito diventa sostenibile senza particolari problemi.
 
Attuata l’introduzione dello strumento monetario parallelo, sarà poi possibile – via via che il debito attuale giunge a scadenza – rifinanziarlo (emetterne cioè di nuovo in sostituzione, nella misura necessaria) con debito denominato nel nuovo strumento monetario nazionale.
 
E’ anche plausibile che gradualmente, nell’arco di pochi anni, l’euro venga progressivamente rimpiazzato dal nuovo strumento monetario nazionale (i CCF nel mio progetto) nel senso che i nuovi contratti di lavoro, affitto, servizio, fornitura verranno sempre più spesso stipulati in moneta nazionale e non più in euro.
 
L’euro tornerà quindi a essere quello che era in passato l’ecu: un’unità di conto utilizzata a fini statistici e per qualche operazione finanziaria.
 
In pratica le due strade si differenziano nel senso che una è “rivoluzionaria” – il break-up dell'euro avviene istantaneamente.
 
La seconda è una strada riformista: l’Italia acquisisce IMMEDIATAMENTE la possibilità di ripristinare la piena occupazione e di riallineare la sua competitività nei confronti della Germania. Ma la cessazione dell’utilizzo dell’euro, sostituito da moneta nazionale, si completa nel giro di qualche anno.
 
Invece di una rottura secca, abbiamo un affiancamento e sostituzione.
 
Una differenza importante tra le due strade, appunto, è che la prima produce una conversione, quindi una svalutazione, dei crediti. Per i creditori questo naturalmente è un danno. A fronte del quale – afferma Bagnai - c’è un vantaggio per i debitori, il che è giusto in quanto altrimenti “il peso dell’aggiustamento sarebbe definitivamente addossato all’incauto debitore, senza che l’incauto creditore (che dal gioco ha tratto i maggiori profitti) debba metterci del suo”.
 
Ma è davvero così ?
 
L’Italia ha una posizione finanziaria netta sull’estero pari a circa il 25% del suo PIL, quindi approssimativamente 400 miliardi di euro su un PIL di 1.550.
 
Il debito pubblico ha invece superato i 2.000 miliardi, circa il 130% del PIL, di cui 800 circa detenuti da residenti esteri e 1.200 da residenti italiani.
 
Immaginiamo che si metta in atto la proposta espressa dal “Manifesto di solidarietà europea” di cui Bagnai è uno dei firmatari. Ovvero “la segmentazione controllata dell’Eurozona mediante fuoriuscita, su basi condivise, dei paesi più competitivi”.
 
In pratica si tratta dell’uscita dei paesi dell’ex area marco – Germania, Benelux, Austria, Finlandia, più forse (ma non è certo) la Francia.
 
Questi paesi potrebbero adottare un “euro nord” che si rivaluterebbe del 20% rispetto all’”euro sud”, o “euro residuo”.
 
Il 20% ovviamente è una stima, perché le due valute fluttuerebbero e troverebbero sul mercato il loro equilibrio. Il dato comunque è plausibile perché corrisponde alle differenze di competitività (costo di lavoro per unità di prodotto) che si sono create tra Nord e Sud Europa (e in particolare tra Germania e Italia) dalla creazione della moneta unica europea ad oggi.
 
I paesi meridionali dell’(ex) Eurozona a questo punto, liberi (si suppone) dai vincoli degli attuali trattati, adottano politiche fiscali di piena occupazione e, grazie anche al beneficio della svalutazione, recuperano il loro livello di PIL potenziale.
 
Trovate qui una stima del recupero per l’Italia: 300 miliardi di euro, che significa passare da 1.550 a 1.850 (semplifico ipotizzando che questo aggiustamento possa essere istantaneo mentre richiederebbe invece alcuni anni, ma non cambia la sostanza del ragionamento).
 
Nell’eventualità “strumenti monetari paralleli”, ad esempio mediante il progetto CCF, il recupero di PIL è esattamente identico.
 
Che cosa succede al debito estero detenuto da residenti esteri ? dal punto di vista italiano, in sostanza, nulla. Rimane ai livelli attuali, 800 miliardi, in entrambi i casi.
 
La situazione è ben diversa se la vediamo dal punto di vista dei creditori esteri. Questi subirebbero, nell’eventualità di fuoriuscita dei paesi creditori, una perdita di valore del 20%, cioè di 160 miliardi.
 
C’è un danno per il creditore senza che il debitore ne abbia un beneficio.
 
Può sembrare un paradosso, ma è quanto succede a seguito di qualsiasi riallineamento valutario. Nel 1992, i titolari esteri di debito italiano denominato in lire subirono un danno (perché ragionavano nella loro moneta, che si era rivalutata). Per i residenti italiani, il debito in lire rimase invece invariato.
 
Il vantaggio di un riallineamento valutario, per il paese che svaluta, non è di ridurre il valore del proprio debito, ma di recuperare PIL, competitività e solvibilità.
 
Nell’ipotesi “rivoluzionaria”, creiamo un danno al creditore senza, in realtà, dare un corrispondente beneficio al debitore. Nell’ipotesi “riformista”, questo problema non esiste.
 
Per quanto riguarda il debito estero complessivo (pubblico più privato) la situazione è più complicata. I 400 miliardi di posizione finanziaria netta italiana (passiva) sono in realtà il saldo tra circa 1.500 miliardi di attivi e 1.900 miliardi di passivi (800 sono la quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, di cui parlavo sopra. 1.100 sono i debiti privati).
 
Attivi e passivi sono tra l’altro distribuiti in maniera variegata, non tutti verso paesi dell’Eurozona, e non tutti verso il nord Europa.
 
Ma a parte questo, se gli attivi italiani diventassero “euro nord” rivalutati del 20%, e i passivi italiani “euro sud” svalutati del 20%, che situazione nascerebbe ?
 
I creditori esteri avrebbero un danno del 20% di 1.900, cioè 380.
 
I residenti italiani avrebbero effettivamente un beneficio, ma non dovuto alla svalutazione del debito (che dal loro punto di vista rimane nella stessa valuta e dello stesso importo).
 
L’avrebbero sulla rivalutazione degli attivi: 20% di 1.500, cioè 300.
 
Bene, si dirà. Ma tutto questo è equo e accettabile (per i Nord Europei ?)
 
Bagnai sembra ipotizzare che sia corretto far subire ai creditori una perdita pari all’entità della svalutazione (20% nell’ipotesi) moltiplicata per la posizione passiva dell’Italia sull’estero. Ma questo equivale al 20% di 400, quindi a 80, non a 300.
 
Inoltre, creditori e debitori esteri ovviamente sono soggetti differenti, alcuni dei quali in posizione attiva, altri passiva. Ci sarebbero quindi notevoli effetti redistributivi.
 
Questo, si dirà, avviene a seguito di ogni riallineamento valutario. Ma nel 1992, il fornitore tedesco di un’azienda italiana sapeva se aveva concluso un contratto in marchi o in lire, e (quindi) se si era assunto o meno un rischio di cambio. Di conseguenza poteva aver deciso, o meno, di stipulare assicurazioni, coperture eccetera.
 
Con l’ipotesi del “Manifesto di solidarietà” che cosa va a dire il governo tedesco al fornitore di un’azienda italiana ? che verrà pagato in moneta svalutata del 20% ?
 
Mentre il fornitore italiano di un’azienda tedesca beneficia di una rivalutazione del 20% ?
 
Il tutto per permettere all’Italia di ottenere un beneficio non del 20% di 400, cioè di 80, ma di 300 ?
 
Inoltre, i 300 di vantaggio NON vanno allo stato italiano, o alla collettività dei residenti italiani. Vanno alla minoranza che detiene investimenti o crediti all’estero.
 
Tutto questo mi pare:
 
Molto discutibile, sul piano dell’equità.

Molto complicato, sul piano organizzativo.

Totalmente inaccettabile per gli euro-settentrionali, sul piano politico.
 
Se poi riteniamo che neanche la via “riformista”, l’introduzione di strumenti monetari paralleli (CCF o varianti sul tema) sarà accettata dalla Germania e dall’Unione Europea, allora rimane effettivamente solo la “rivoluzione”.
 
Ma allora parliamo di euroexit unilaterale dell’Italia: non di “segmentazione controllata su basi condivise…”
 
Capisco che oggi una proposta di provenienza tedesca possa far scattare una reazione istintiva tipo “timeo Danaos et dona ferentes”. Ma non mi pare l’atteggiamento corretto nei confronti di quanto ipotizza AfD.
 
Naturalmente, sotto alcune condizioni – che gli attuali trattati europei vengano modificati o interpretati in modo da non creare alcun vincolo a:
 
UNO, introdurre gli strumenti monetari paralleli in dimensione adeguata a sviluppare politiche di piena occupazione e a riequilibrare la competitività tra Nord e Sud Europa (come qui descritto).
 
DUE, rifinanziare in tempi rapidi il debito pubblico, mediante strumenti monetari nazionali.
 
TRE, sostituire gradualmente, ma alla fine pressoché totalmente, lo strumento monetario nazionale all’euro.

7 commenti:

  1. Ma il tetto del 3% allo sforamento del deficit dove lo mettiamo ? Il problema non e' solo l'euro ma tutta l' architettura su cui e' costruita l'euro-zona . Come per i crediti fiscali di Mosler , anche i suoi Ccf farebbero sforare il deficit . Basta dare false speranze alla gente , non esiste un'uscita morbida da questa situazione , bisogna tornare alla moneta nazionale e ridiscutere Maastricht e Lisbona e se la controparte non e' d'accordo , stracciare questi trattati . Dobbiamo tornare ad essere uno stato sovrano .

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    1. Vedi quanto ho scritto a fine articolo: questa via può funzionare solo sotto alcune condizioni tra cui "che gli attuali trattati europei vengano modificati o interpretati in modo da non creare alcun vincolo a..." e nei punti successivi è implicito tutto quanto dice lei (e anche altro). E' chiaro per esempio che il 3% e il fiscal compact sono parametri raggiungibili solo se i CCF sono considerati moneta e non debito (che è poi la verità).

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  2. Il fatto che il debito totale italiano verso l'estero sia solo il 25% del PIL, e la posizione privata addirittura positiva, si collega a quanto detto nel post del 3.9.2013. Al contrario di penisola iberica e Grecia, l'Italia non ha avuto un ciclo di Frenkel. Ha perso competitività manifatturiera e ha avuto crescita debole anche prima del 2008, in quanto non sono arrivati grossi finanziamenti dall'estero per sostenere un boom di consumi o di investimenti immobiliari; e i deficit commerciali sono rimasti modesti. Nel 2011 la salita dello spread non scontava l'eccesso di debito (e neanche i bunga bunga...) ma il rischio di ridenominazione (uscita dall'euro): il mercato temeva che fosse necessario un break-up con svalutazione per ripristinare la competitività italiana. Poi lo spread è stato sopito dal "whatever it takes" di Draghi, ma il problema sottostante ovviamente è ancora lì.

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  3. Molti hanno trovato interessante questo articolo, alcuni naturalmente non lo condividono, a qualcuno forse è parso un po' troppo tecnico.
    Il nocciolo della questione forse si riassume nella maniera più efficace così. La Germania non vuole costruire il Quarto Reich con la moneta. Vuole fare i suoi interessi nazionali.
    Parecchi tedeschi - forse non ancora la maggioranza, ma parecchi tra coloro che hanno una visione equilibrata e corretta della situazione - si rendono conto che è necessaria una svolta. E sono disponibili, anzi capiscono che occorre, discutere un'evoluzione ragionevole per tutti, riguardo alle politiche economiche dell'eurozona.
    Ma se parti chiedendo soldi, o di rinunciare a crediti, queste controparti dialoganti le perdi.
    Si può discutere se sia giusto o sbagliato, ma è sterile. E' un fatto.
    E l'Italia NON ha un grosso problema di debito estero. Il problema dell'Italia è far ripartire economia e domanda. Ripagare i debiti in moneta svalutata non è necessario. E chiederlo blocca qualsiasi dialogo.

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  4. Leggo su FQ il seguente commento all'articolo di Bagnai:

    "Le proposte sono:
    - Wir fordern, dass hoffnungslos überschuldete Staaten wie Griechenland durch einen Schuldenschnitt entschuldet werden.
    - Taglio del debito dei paesi che come la Grecia non posso restituire il debito contratto.

    #######################
    - In der Schuldenkrise müssen Banken ihre Verluste selbst tragen oder zu Lasten ihrer privaten Großgläubiger stabilisiert werden
    - Le banche o i grossi creditori privati devono farsi carico delle perdite
    #######################

    Esattamente il contrario di quanto affermato in questo articolo fasullo".

    Se è così - e non ho motivo di dubitarne - la posizione di AfD appare ancor più ragionevole nei confronti dei debitori.

    Fermo restando che una riforma del sistema monetario europeo ben impostata, che permette all'Italia di riprendersi (come l'Italia è in grado di fare) non pone problemi (casomai li risolve) riguardo alla solvibilità del debito pubblico italiano.

    Su queste basi, AfD mi appare un interlocutore serio, costruttivo e credibile - mi auguro che entri al Bundestag e promuova queste posizioni.


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  5. Ha scritto che se si svalutasse i creditori subirebbero un danno, mentre i debitori non avrebbero, per converso, un beneficio. Però con la svalutazione il debito svalutato all’interno resta si immutato (come eticamente è giusto che sia!), ma il vantaggio c’è in termini di mancata sua lievitazione se restasse espresso in moneta “estera”!
    In fin dei conti se ci troviamo in una situazione di crisi sistemica non dipende forse proprio dal meccanismo “intoccabile” di cambi fissi?
    Cioè è un po’ come se le regole del gioco avessero impedito ai giocatori (creditori e debitori) di giocare ad armi pari. Nel senso che i creditori, se non fossero stati garantiti in partenza dai cambi fissi, non avrebbero “prestato” tanto e sarebbero stati più oculati. Questa leggerezza non è giusto che la paghino tutta i debitori! Una svalutazione classica “punirebbe” i debitori obbligandoli senza sconti a pagare comunque il loro valor nominale adeguato (in termini reali il debito resta immutato... e ci mancherebbe che ci guadagnassero), ma punirebbe anche la “leggerezza” dei creditori.
    E non dimentichiamo che non si è trattato di un credito dall’estero rivolto ad uno Stato, bensì rivolto ai privati (spesso famiglie=consumatori, con tutela specifica perché anello debole della catena anche a causa delle asimmetrie informative)! E sui creditori dovrebbe quindi gravare il costo della mancata, necessaria, analisi preventiva del merito del credito!.

    Riconosco che andrebbe trattata diversamente la situazione in essere tra soggetti privati non finanziari (cd. debiti commerciali tra fornitori e debitori) dai rapporti debito/credito dello Stato (debito pubblico) e dei soggetti finanziari (cd investitori istituzionali). In questo secondo caso i possessori di titoli all’estero ci rimetterebbero, come è giusto che sia, visto che già hanno percepito il premio del rischio, legato al “default”, mediante l’incasso dello spread! Mentre le banche titolari di credito inaffidabile... pagherebbero la loro avventatezza nel concederlo... e soprattutto starebbero più attente in futuro! Non dimentichiamo che la mancata analisi della qualità del debitore da parte di chi vi è preposto "istituzionalmente" crea un danno alla collettività perché distoglie le risorse dalla loro destinazione ottimale e favorendo un rischio sistemico.

    Non è giusto fare solo un’analisi costi/benefici, ma occorre dare una lezione esemplare che scoraggi in futuro il moral hazard dimostrato da chi aveva le corrette informazioni e se ne è approfittato, sfruttando la sua posizione dominante poiché certo di essere tutelato e quindi di restare impunito.
    Però... se ti sono debitore di 1000 euro è un mio problema, se ti devo 1 miliardo di euro è un tuo problema!
    Non c’è niente da fare... credo siano proprio necessari regolamentazione e controllo sui movimenti internazionali di capitale...

    Ah! non dimentichiamoci che dall'entrata in vigore dell'euro una pizza è passata da 6000 lire a 7 euro (purtroppo non solo la pizza!)... ne vogliamo parlare? Noi siamo partiti subito col piede sbagliato, in una strada tutta e solo in salita che ha mortificato la domanda interna e creato le basi di un fiorente credito al consumo che forse, senza l'euro, non ci sarebbe stato...

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    1. Vede, i suoi giudizi etici sostanzialmente li condivido, ma occorre fare attenzione a non percorrere vie che, per quanto moralmente nobili, non risolvono il problema.
      Lavorando su autonomia monetaria via CCF e intervento sul cuneo fiscale, sono in grado di risolvere la crisi senza penalizzare i creditori. E i debitori tornano a essere pienamente solvibili come avverrebbe per effetto di una svalutazione.
      Punire i creditori (senza che i debitori ne abbiamo peraltro un vantaggio) è eticamente più corretto, anche per evitare futuri "moral hazards" ? si può sostenerlo. Ma vuol dire entrare in conflitto con interessi che possono fare molto per bloccare tutto... Pragmaticamente, ritengo un errore prendersi questo rischio.

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