sabato 29 marzo 2014

Riforma Morbida: è compatibile con i “sette punti M5S per l’Europa” ?


Domanda posta da un lettore del blog: “Una delle condizioni per potersi candidare alle europee nel M5S è quella di essere in linea con i sette punti della proposta di Grillo per l’Europa. Ritiene che la proposta della “Riforma Morbida” sia compatibile con i suddetti punti ? e in particolare con il referendum sull’euro ?”

Mi sembra che si tratti di un tema sufficientemente interessante per farne un articolo apposito.

Punti incompatibili non ce ne sono. Casomai, va precisato che, pur potendo essere mantenuti come obiettivi, i sette punti non sono indispensabili per implementare la Riforma Morbida. Chiarisco – i punti sono i seguenti:

UNO, Referendum per la permanenza nell’euro.

DUE, Abolizione del Fiscal Compact.

TRE, Adozione degli Eurobond.

QUATTRO, Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune.

CINQUE, Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio.

SEI, Finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni.

SETTE, Abolizione del pareggio di bilancio.

I punti QUATTRO e SEI non sono, evidentemente, di stretta attinenza alla Riforma Morbida. Non sono incompatibili, ma neanche ad essa necessari.

I punti DUE, CINQUE e SETTE non sono incompatibili e sicuramente è opportuno eliminare questi vincoli (il pareggio di bilancio, tra parentesi, è stato inserito nella Costituzione italiana a seguito di “calde raccomandazioni” di UE e BCE, ma non è previsto da trattati internazionali). Tuttavia la Riforma Morbida è attuabile anche se vengono mantenuti, PURCHE’ sia chiaro che i vincoli si applicano a deficit e debito ESCLUSA la quota riconducibile a emissioni di Certificati di Credito Fiscale (il che è corretto perché i CCF sono una forma di moneta: non sono debito).

Punto TRE: la Riforma Morbida permette allo Stato italiano di finanziarsi mediante emissione della sua nuova forma di moneta sovrana (i CCF). Questo rende superflui gli Eurobond.

Punto UNO: la Riforma Morbida restituisce all’Italia sovranità monetaria e possibilità di sviluppare politiche di pieno impiego, rispettando anche i vincoli di equilibrio commerciale verso l’estero. Tutto questo SENZA attuare il breakup dell’euro. La decisione se sostituire l’euro, per tutti gli impieghi correnti (circolazione di monete metalliche e banconote, utilizzo come moneta di conto eccetera)  con una valuta circolante nazionale quale la Lira Fiscale (per esempio secondo le modalità descritte in questo articolo e nei successivi) può essere presa in seguito, e sicuramente può essere sottoposta a referendum.

giovedì 27 marzo 2014

Parte terza - Affiancamento e sostituzione della nuova moneta nazionale all’euro: come potrà avvenire


SEI, vendite al dettaglio

A seguito di quanto descritto nell’articolo precedente, è ipotizzabile che nell’arco di tre-quattro anni l’utilizzo di Lire Fiscali per transazioni correnti divenga predominante rispetto all’utilizzo di euro.

Quindi la quasi totalità degli operatori privati (individui e aziende) si troverà a disporre di depositi bancari di due tipologie: denominati in euro, e denominati in Lire Fiscali.

A partire da una data prefissata, potrà essere previsto che i prezzi al pubblico per le attività di vendita al dettaglio debbano essere espressi non più in euro, ma in Lire Fiscali.

A questo punto, verranno anche emesse banconote e monete metalliche denominate non in euro, ma in Lire Fiscali.

Potrà essere prelevato contante agli sportelli bancari o via Bancomat in Lire Fiscali, effettuati pagamenti con assegni in Lire Fiscali, utilizzate carte di credito collegate a conti bancari in Lire Fiscali, eccetera.

Ad esempio si può ipotizzare che, avviando la Riforma Morbida il 1° gennaio 2015, la data in cui i prezzi al pubblico saranno espressi non più in euro ma in Lire Fiscali sia il 1° gennaio 2018.

Euro e Lire Fiscali saranno convertibili sia prima che dopo tale data. Prima, il pubblico effettuerà pagamenti in euro (alimentando i conti correnti in euro impiegati per utilizzi e prelievi, anche mediante conversioni da Lire Fiscali a euro). Dopo, effettuerà pagamenti in Lire Fiscali (alimentando i conti correnti in Lire Fiscali impiegati per utilizzi e prelievi, anche mediante conversioni da euro a Lire Fiscali).

 

SETTE, pensioni (pubbliche e private)

Via via che i contratti di lavoro saranno sempre più frequentemente espressi in Lire Fiscali, si diffonderanno polizze assicurative e previdenziali di natura pensionistica (pensioni private) sempre più frequentemente espresse, a loro volta, in Lire Fiscali e non in euro.

Resteranno peraltro in euro le pensioni stipulate precedentemente alla Riforma Morbida: continueranno a essere effettuati in euro sia i contributi che le prestazioni, salvo anche in questo caso (analogamente a quanto ipotizzato per i contratti di lavoro) attuare rinegoziazioni su base volontaria e con opportune clausole di indicizzazione.

Riguardo alle pensioni pubbliche, basate su un meccanismo parzialmente o totalmente a ripartizione o comunque non contributivo, dalla data della Riforma Morbida in poi andrà lasciata al titolare del diritto pensionistico la facoltà di proseguire le contribuzioni sia in euro che in Lire Fiscali, prevedendo però che anche le prestazioni future vengano effettuate, corrispondentemente e in proporzione, parte in euro e parte in Lire Fiscali (sulla base delle contribuzioni effettuate).

Anche qui verrà offerta la possibilità di convertire integralmente, su base volontaria, tutti i diritti futuri in Lire Fiscali, introducendo opportuni meccanismi di indicizzazione.

martedì 25 marzo 2014

Fiscal Compact: dove può arrivare la follia eurista ?


Renzi sta disperatamente cercando le coperture per le sue manovrine espansive, e naturalmente sta constatando l’ovvio. Cioè che tagliando (o tassando) da una parte per spendere (o detassare) dall’altra, non si risolve sostanzialmente NULLA.

Un’economia in situazione di forte depressione della domanda si risolleva, facilmente e rapidamente, immettendo potere d’acquisto nell’economia reale. I magheggi a saldo zero per definizione non immettono niente e sono, quindi, una strada senza uscita.

Nel frattempo incombe lo spettro del fiscal compact, che dovrebbe comportare pesantissime misure di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL italiano.

Naturalmente metterle in atto sarebbe un perfetto esempio di cane che insegue la propria coda. Il tentativo di rispettare i termini del fiscal compact, per esempio tramite una grossa patrimoniale, abbatterebbe domanda, consumi e PIL e impoverirebbe ulteriormente il paese, senza che gli obiettivi di “risanamento” della finanza pubblica vengano minimamente raggiunti.

Ora, lasciatemi sintetizzare un concetto che per chi segue regolarmente questo blog è peraltro molto chiaro.

I vincoli UE – in particolare il deficit / PIL al 3% e il fiscal compact - sul piano economico hanno senso solo sotto un aspetto. L’Italia ha un debito pubblico denominato in una moneta di cui non controlla e non gestisce l’emissione. Quindi ha bisogno di rifinanziarlo sul mercato.

Se non ci riesce, ne seguono grosse turbolenze sui mercati finanziari e anche per il sistema bancario italiano, che detiene buona parte dei titoli del debito pubblico.

Questa preoccupazione giustifica, superficialmente, i vincoli UE. Ma – appunto – solo superficialmente, perché è ormai evidentissimo, dopo quasi tre anni di politiche di austerità, che tasse e tagli abbattono il PIL e producono l’innalzamento, non la riduzione, del rapporto debito pubblico / PIL.

Ora, la Riforma Morbida rilancia la domanda e il PIL italiano immettendo potere d’acquisto nell’economia reale mediante uno strumento monetario (i CCF) che NON PUO’ causare default, perché non esiste obbligo di rimborso da parte dello Stato emittente.

Immaginiamo che Renzi voglia utilizzare questa strada. Non avrebbe che da dire: rilancio l’economia italiana e per due anni (la durata prevista, per i CCF, tra il momento della loro emissione e il momento in cui saranno utilizzabili per pagare tasse) non ci sono oneri per la finanza pubblica italiana. E’ tutto beneficio, perché maggior PIL significa maggiori entrate fiscali. L’ammontare di debito pubblico che può dare luogo a default (cioè del debito pubblico che è effettivamente debito) scende, e scende PIU’ RAPIDAMENTE di quanto previsto dai vincoli UE.

Che cosa mi dici, cara UE ? che non credi alla ripresa prodotta dal maggior potere d’acquisto in circolazione ?

Beh senti non capisco l’argomentazione… non vedo proprio perché aumentare il potere di spesa dei cittadini e diminuire il carico fiscale in un’economia depressa non debba innalzare domanda, produzione e occupazione… ma COMUNQUE se ne parla tra due anni.

Se ho ragione io, abbiamo risolto ogni problema.

Se no, vedremo quali altri interventi attivare. MA NON OGGI. TRA DUE ANNI.

Nel caso in cui Renzi non sia in grado di dire questo. O comunque se si blocca di fronte a una UE che esprime opinione scettica o negativa…

…allora c’è solo una spiegazione possibile. E chi mi legge mi può dare atto, credo, di non essere una persona incline a interpretazioni cospiratorie.

Non potremmo più neanche pensare che il problema sia una (sia pure titanica, gigantesca) dimostrazione di incompetenza da parte di questa classe politica (italiana ed europea).

L’unica spiegazione che rimarrebbe è una perversa, persecutoria volontà di distruggere l’economia italiana, il benessere dei suoi cittadini e i loro risparmi.

domenica 23 marzo 2014

Parte seconda - Affiancamento e sostituzione della nuova moneta nazionale all’euro: come potrà avvenire


DUE, finanziamenti, mutui e rapporti di debito privato in genere
TRE, contratti di lavoro
QUATTRO, contratti di affitto
CINQUE, contratti di somministrazione

Come accennato nella parte conclusiva dell’articolo precedente, l’utilizzo di Lire Fiscali per sostenere quote crescenti di spesa pubblica alimenterà la consuetudine generale al loro utilizzo.

Si formerà, di conseguenza, un segmento specifico del mercato del credito (erogazioni di finanziamenti in Lire Fiscali) che nel giro di alcuni anni diventerà predominante rispetto al mercato del credito denominato in euro.

I contratti di lavoro privati, i contratti di affitto e i contratti di somministrazione (gas, luce, telefoni, utenze eccetera) verranno con sempre maggiore frequenza stipulati in Lire Fiscali e non più in euro.

Anche in questo caso, il rispetto del principio della Riforma Morbida implica che nessun contratto venga convertito forzatamente. Nuovi contratti in Lire Fiscali verranno stipulati in sostituzione di quelli in euro via via che questi scadranno o, eventualmente, verranno rinegoziati in anticipo su base volontaria.

I nuovi contratti collettivi di lavoro stipulati in sostituzione di contratti in scadenza (o oggetto di rinegoziazione anticipata) dovranno prevedere, anche nel settore privato come già visto riguardo al settore pubblico, adeguate clausole di indicizzazione al costo della vita.

Appare ragionevole una stima di tre-quattro anni per arrivare a una situazione in cui la circolazione / utilizzo di Lire Fiscali per finalità correnti e per transazioni anche finanziarie, nell’ambito del settore privato, divenga predominante rispetto alla circolazione / utilizzo di euro.

giovedì 20 marzo 2014

Parte prima - Affiancamento e sostituzione della nuova moneta nazionale all’euro: come potrà avvenire


UNO, debito pubblico e finanza pubblica in genere

A partire dall’avvio del progetto CCF, lo Stato italiano cessa di emettere titoli di debito pubblico espressi in euro.
 
Emette al loro posto titoli denominati in Lire Fiscali, sia a breve (dodici mesi o meno: BOT fiscali) che a medio-lungo termine (BTP fiscali, con scadenze analoghe agli attuali BTP in euro).

I titoli denominati in Lire Fiscali danno diritto al sottoscrittore di ricevere interessi (in funzione del tasso applicato) e rimborso di capitale a scadenza, come qualsiasi titolo obbligazionario: ma, appunto, espressi in Lire Fiscali, non in euro.

Le Lire Fiscali saranno utilizzabili (esattamente come i CCF, quando questi ultimi giungono a scadenza) per soddisfare qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della Pubblica Amministrazione italiana.

Lo Stato italiano non sarà quindi condizionato dalla necessità di collocare sul mercato titoli di debito espressi in moneta non sovrana (quale l’euro) e dai connessi andamenti dei mercati finanziari internazionali.

La percentuale di debito pubblico italiano espresso in moneta non sovrana calerà rapidamente. Oggi quasi due terzi del debito in circolazione scadono entro meno di sei anni (dati Ministero dell’Economia al 28.2.2014):
 
Debito pubblico italiano in circolazione – ripartizione percentuale per scadenza
Anno 2014          20%
Anno 2015          12%  cumulato    32%
Anno 2016          9%    cumulato    41%
Anno 2017          10%  cumulato    51%
Anno 2018          7%    cumulato    58%
Anno 2019          6%    cumulato    64%
Anni 2020-2028  25%  cumulato    89%
Anni 2029-2063  11%  cumulato    100%
 
Se non si effettuano più nuove emissioni in euro, in meno di sei anni resterà quindi in circolazione debito pubblico in moneta non sovrana pari a poco più di un terzo delle consistenze attuali, e il valore continuerà a declinare negli anni successivi (diventando progressivamente sempre più trascurabile).
 
Nel frattempo, anno dopo anno lo Stato italiano sosterrà quote crescenti di spesa pubblica non più in euro ma in Lire Fiscali, che verranno accettate (in analoga proporzione) dallo Stato stesso in accettazione di pagamenti nei suoi confronti.

Per essere integralmente fedeli al concetto di “Riforma Morbida”, occorre che nessun contratto preesistente venga forzatamente ridenominato, ex lege, da euro a Lire Fiscali.

Saranno quindi sostenute in Lire Fiscali e non in euro le spese per nuove assunzioni, per nuovi contratti di lavoro, per nuovi appalti, eccetera, mentre resteranno in euro le altre (ma tuttavia incideranno, in proporzione, sempre di meno).

Per tutelare il potere d’acquisto dei dipendenti in sede di rinegoziazione dei contratti collettivi di lavoro, andranno inserite adeguate clausole di indicizzazione al costo della vita.

Anche in questo caso, si può stimare che nel giro di sei anni dall’avvio della Riforma Morbida la quota di spese pubbliche ancora sostenute in moneta non sovrana sia pari a circa un terzo del totale o anche meno. E’ plausibile che questa quota residua di spesa pubblica sia in buona parte costituita da pensioni (per la parte riconducibile a contributi versati prima della Riforma Morbida: vedi anche il punto SETTE negli articoli successivi).

Il processo potrà essere accelerato offrendo conversioni su base volontaria, anche qui con clausole compensative (in particolare di indicizzazione e tutela del potere d’acquisto).

L’utilizzo di Lire Fiscali per sostenere quote crescenti di spesa pubblica alimenterà la consuetudine generale al loro utilizzo corrente anche da parte del settore privato. Questo accelererà lo sviluppo di un segmento specifico del mercato del credito (erogazioni di finanziamenti in Lire Fiscali).

lunedì 17 marzo 2014

Affiancamento e sostituzione della nuova moneta nazionale all’euro: come potrà avvenire (premessa)


La Riforma Morbida del sistema monetario europeo, che è il principale argomento trattato in questo blog, è “morbida” nel senso che non prevede una “rottura” deflagrante della moneta unica ed evita quindi le difficoltà e i rischi associati a tale evento.

Se non c’è rottura, ma c’è d’altra parte la necessità di ripristinare la sovranità monetaria italiana – e di tanti altri paesi europei a cui l’attuale assetto dell’Eurozona impedisce di sviluppare corrette politiche macroeconomiche – l’alternativa è una procedura di affiancamento. L’Italia riprende ad emettere un suo strumento monetario, che convive con l’euro ed è utilizzabile per ripristinare adeguati livelli di domanda e per ridurre il carico fiscale che grava sul lavoro.

In merito a quest’ultimo punto, la riduzione del carico fiscale sul lavoro è necessaria per riportare la competitività delle aziende italiana ai livelli dei paesi più efficienti dell’Eurozona, in particolare della Germania, evitando quindi che il recupero di domanda si diriga in proporzione eccessiva verso l’acquisto di prodotti esteri, permettendo alle aziende italiane di esportare di più, e di conseguenza evitando che si riformino sbilanci nei saldi commerciali italiani verso l’estero.

La versione originaria del progetto CCF permette di conseguire questi risultati, e potrebbe anche costituire un assetto permanente della futura Eurozona. In questa ipotesi l’euro sopravvive, nel senso che monete e banconote in circolazione continuano a essere quelle di oggi, e che l’unità di conto per i bilanci delle aziende, per i rapporti di debito e credito, e per la contabilità nazionale rimane l’euro.

E’ plausibile tuttavia che questo sia in effetti un passaggio verso una situazione finale in cui il nuovo strumento monetario nazionale diventerà, a tutti gli effetti, l’unica moneta legale in circolazione, sostituendo quindi l’euro nei suoi impieghi correnti.

Da una situazione di partenza in cui i Certificati di Credito Fiscale convivono insieme all’euro, si arriverebbe quindi a trasformare i CCF in Nuove Lire, quindi nella moneta circolante di utilizzo predominante in Italia.

Alcuni dei prossimi articoli saranno dedicati a esaminare le possibili modalità e tempi di questo passaggio. Mi pare che un esame esauriente del tema richieda di analizzare e descrivere la transizione con riferimento, come minimo, ai seguenti aspetti.

UNO, debito pubblico e finanza pubblica in genere.

DUE, finanziamenti, mutui e rapporti di debito privato in genere.

TRE, contratti di lavoro.

QUATTRO, contratti di affitto.

CINQUE, contratti di somministrazione.

SEI, vendite al dettaglio.

SETTE, pensioni (pubbliche e private).

OTTO, possibili problemi per privati il cui reddito si trasforma in Nuove Lire, a fronte di passività residue in euro (e come risolverli / prevenirli).

NOVE, possibili problemi per aziende il cui reddito si trasforma in Nuove Lire, a fronte di passività residue in euro (e come risolverli / prevenirli).

Altri punti si potranno aggiungere, e/o alcuni di quelli qui elencati potranno essere meglio precisati e qualificati, anche in seguito a commenti, obiezioni e richieste di chiarimenti che mi aspetto di ricevere (e per i quali ringrazio in anticipo !)

mercoledì 12 marzo 2014

Ma l’Italia è un paese ad alta inflazione ?


Nel dibattito relativo alla necessità (per l’Italia) di recuperare la sovranità monetaria, un’obiezione molto comune è che la lira è “sempre” stata, storicamente, una valuta debole.

Una nuova moneta italiana ricadrebbe quindi (si afferma) nel comportamento “poco virtuoso” degli anni pre-euro. Tenderebbe ad essere caratterizzata da inflazione elevata (rispetto ai principali partner commerciali), perdita di competitività, circolo vizioso inflazione-svalutazione, eccetera.

Vale la pena (come sempre) di esaminare i dati.

Dal sito www.inflation.eu, qui di seguito le variazioni medie annue dell’indice dei prezzi al consumo per le principali economie occidentali, su un lungo arco temporale – dal 1956 al 2013.


Indice dei prezzi al consumo - media 1956-2013
Ita
UK
Fra
USA
Ger
Spa
Sve
Svi
5,9%
5,2%
4,6%
3,8%
2,7%
7,2%
4,6%
2,6%

 
Si nota un’inflazione media elevata, nei due paesi del Sud latino, rispetto agli altri. Ma il trend dei prezzi italiani è stato decisamente più contenuto rispetto a quello spagnolo, e molto più vicino (per esempio) al livello del Regno Unito.

Ancora più interessante, tuttavia, è notare che le differenze si sono prodotte in larga misura durante il periodo degli shock petroliferi (Guerra del Kippur 1973, crisi degli ostaggi iraniani 1979) e nel periodo susseguente, durante il quale l’inflazione è stata decisamente più alta, rispetto agli anni sia precedenti che successivi, in tutti i paesi.


Indice dei prezzi al consumo - media 1973-1984
Ita
UK
Fra
USA
Ger
Spa
Sve
Svi
15,7%
12,5%
10,6%
7,9%
4,8%
15,8%
9,7%
4,5%

 
I dodici anni compresi tra il 1973 e il 1984 hanno visto una fortissima crescita delle materie prime energetiche (petrolio in primis) che ha colpito le economie in maniera decisamente più sensibile rispetto a quanto avverrebbe oggi. La componente manifatturiera incideva infatti, ai tempi, in misura ben superiore rispetto alla situazione odierna (in cui pesa molto di più il terziario).

Il PIL potenziale, equivalente all’offerta aggregata massima di un sistema economico, nel momento in cui un input produttivo così importante sale repentinamente di costo, cala in maniera sensibile. C’erano, negli anni Settanta, due possibilità: la prima era lasciare che la domanda scendesse in termini sia monetari che reali. Questo avrebbe lasciato in equilibrio domanda e offerta ed evitato forti fenomeni di crescita dei prezzi. Ma avrebbe prodotto un calo del PIL tanto nominale quanto reale, ridotto i redditi sia dei lavoratori che delle imprese, alimentato ampi fenomeni di insolvenze, mandato in blocco il sistema creditizio.

L’alternativa era accettare l’inflazione: non far scendere la domanda in termini monetari e compensare il calo dell’offerta aggregata reale con una crescita dei prezzi. E’ stata percorsa questa seconda strada, il che ha evitato la depressione generalizzata delle economie occidentali.

Il prezzo pagato sono stati vari anni di inflazione elevata, tassi d’interesse alti e variabili, andamenti erratici delle economie. Ma la crescita non si è interrotta e non si è creata disoccupazione di massa.

Nei primi anni Ottanta l’inflazione è stata, alla fine, domata tramite l’effetto combinato di una forte recessione (indotta dall’aumento dei tassi d’interesse reali) e del calo dei prezzi del petrolio.

L’alta inflazione dei periodo 1973-1984 ha colpito un po’ tutti, ma il ventaglio tra i vari paesi si è, in quegli anni, parecchio allargato – rimanendo immutata la tendenza dei “teutonici” a controllare il fenomeno con maggiore disciplina, e dei latini a essere invece meno rigorosi.

Mi pare appropriato notare, comunque, che un fenomeno di shock dal lato dei costi è molto meno plausibile oggi che in passato, appunto perché le economie sono in proporzione meno manifatturiere e più orientate ai servizi: quindi anche una quadruplicazione del prezzo del petrolio (che già di per sé appare molto meno probabile) come quella sperimentata tra il 1973 e il 1980 avrebbe impatti nettamente inferiori.

Quanto l’Italia tenda (o meno) strutturalmente a una maggiore inflazione rispetto agli altri principali paesi occidentali può essere, a mio parere, meglio stimato esaminando i dati dell’arco temporale 1956-2013, escluso però il periodo degli shock petroliferi (e anni immediatamente successivi).


Indice prezzi al consumo: media escluso periodo 1973-1984
 
Ita
UK
Fra
USA
Ger
Spa
Sve
Svi
3,5%
3,4%
3,0%
2,8%
2,2%
5,0%
3,3%
2,1%

 
E’ confermato che tedeschi e svizzeri sono meno “inflattivi” di tutti gli altri. Ma il dato italiano si scosta, in realtà, di pochi decimi di punto rispetto a Regno Unito, Francia, Svezia, e poco di più rispetto agli USA.

Si potrebbe pensare che su questo incida molto la convergenza avvenuta nell’”era euro”, ma i dati non supportano questa convinzione. I tassi di cambio si sono assestati nel 1997 ai livelli che sono poi diventati definitivi con l’introduzione dell’euro (nel 1999). Le medie dal 1997 al 2013 indicano quanto segue.
 

Indice dei prezzi al consumo - media 1997-2013
Ita
UK
Fra
USA
Ger
Spa
Sve
Svi
2,2%
2,1%
1,5%
2,4%
1,5%
2,7%
1,2%
0,6%

 
E’ curioso che la riduzione dell’inflazione media sia avvenuta nei paesi che non sono entrati nell’euro (Regno Unito, Svezia, Svizzera, oltre ovviamente agli USA) grosso modo quanto negli altri.

Le medie storiche che escludono sia gli anni degli shock petroliferi che l’”era euro” sono le seguenti.
 

Indice dei prezzi al consumo - media 1956-1996 escluso 1973-1984
Ita
UK
Fra
USA
Ger
Spa
Sve
Svi
4,4%
4,2%
4,0%
3,0%
2,6%
6,4%
4,6%
2,9%

 
Quanto è “inflazionistica” l’Italia con la sua moneta, e in anni non caratterizzati da un grosso shock (con ogni probabilità non destinato a ripetersi, non almeno in proporzioni anche solo lentamente comparabili agli anni Settanta) dal lato delle materie prime ?

Più dei teutonici e degli USA, ma decisamente meno della Spagna. E praticamente alla pari con Regno Unito, Francia e Svezia.