lunedì 29 settembre 2014

Chi produce la moneta ?


Un gentile lettore di questo blog (almeno, penso che sia sempre lo stesso, c’è un’inflazione di anonimi tra i commentatori: suvvia ragazzi non siate timidi, o almeno usate un nickname – se no non si capisce più con chi si sta parlando…)

Un gentile lettore (lo chiamo NoNick per comodità…), dicevo, mi sta facendo riflettere sul meccanismo di creazione della moneta. Come argomentato, tra l’altro, da recenti documenti della Bank of England (vedi anche il retro di copertina del nostro libro, qui sopra) la grande maggioranza della moneta in circolazione è prodotta dal sistema finanziario privato, non dalle banche centrali.

Il meccanismo di creazione della moneta di origine privata è molto semplice. La banca concede un finanziamento a un cliente e CONTESTUALMENTE accredita l’importo su un deposito che il cliente ha presso la banca stessa. Nello stesso momento, quindi, insorge un debito del cliente verso la banca, ma anche un conto attivo di cui il cliente può disporre.

A questo punto il cliente può utilizzare questi soldi: dispone di moneta che prima non aveva. Quindi questa disponibilità si è generata all’atto della concessione del finanziamento da parte della banca – contrariamente a quanto spesso si pensa, la banca non ha prestato soldi che qualcuno aveva precedentemente depositato presso di lei.

Ora, NoNick con una serie di commenti mi ha condotto a capire (ci ho messo un po’ ma adesso penso di essermelo chiarito) quanto segue. Certo, la concessione del finanziamento fa insorgere un deposito. Questo dà al cliente la POSSIBILITA’ di disporre di moneta che prima non aveva. Ma per poterne effettivamente disporre, il cliente la deve prelevare, o emettere un assegno, o effettuare un bonifico.

Quando questo avviene, la banca come si procura i soldi ? o ha del contante in cassa, o vende titoli in suo possesso, o se li fa prestare da qualcun altro (di solito da un’altra banca), o utilizza depositi che già aveva (anche in questo caso, generalmente presso un’altra banca).

Ma in tutti questi casi, il contante, o i proventi della vendita dei titoli, o il prestito, o il deposito, sono moneta CHE ESISTEVA GIA’:

Caso utilizzo del contante: non è stato emesso dalla banca: esisteva già prima.

Caso vendita di titoli: qualcuno disponeva già della moneta che ha utilizzato per comprare i titoli.

Caso prestito alla banca: qualcuno disponeva già della moneta, e l’ha prestata alla banca.

Caso utilizzo di un deposito: la banca aveva già questa moneta, l’aveva depositata altrove e si limita a prelevarla.

Qual è l’unico caso in cui c’è EFFETTIVAMENTE creazione di moneta ? quello in cui la banca che eroga il finanziamento non fa niente di quanto sopra. Non ha contante, né titoli da vendere, né ottiene prestiti da un’altra banca, né utilizza depositi che ha presso un’altra banca. Perché non ne è in condizione o semplicemente non lo ritiene opportuno.

Che cosa fa quindi ? si fa prestare i soldi… dalla banca centrale.

Allora, la concessione di credito aumenta la moneta in circolazione nel sistema economico SE E SOLO SE al momento dell’utilizzo di questa disponibilità (da parte del cliente) la banca si fa finanziare dalla banca centrale. Ed è quindi moneta di creazione PUBBLICA, non PRIVATA.

In definitiva, l’erogazione di credito è una condizione per incrementare la moneta nel sistema, ma non è una condizione sufficiente: la banca centrale deve assecondare il processo. Sembrerebbe quindi che, in ultima analisi, la banca centrale ABBIA i mezzi per controllare la quantità di moneta in circolazione. O meglio, per controllarne il limite massimo: nel senso che lei può fissare il limite della moneta che è disposta a emettere, poi occorre che qualcuno richieda questa moneta e la metta in circolazione – una banca privata per erogare credito, oppure lo stato per effettuare spesa netta a deficit.

Questo è quanto per adesso. Mi riprometto di rifletterci ulteriormente, e di farvi sapere…

venerdì 26 settembre 2014

AfD: il grimaldello che porterà alla fine dell’eurosistema ?


Standard & Poor’s ha pubblicato pochi giorni fa un rapporto in cui viene commentata la possibilità che il crescente successo elettorale di Alternative Fuer Deutschland (AfD) metta in crisi l’intera politica di gestione dell’eurosistema. Trovate qui un commento di Evans-Pritchard sul tema, disponibile anche in traduzione italiana.

AfD è un partito tedesco fortemente critico in merito al sistema monetario europeo e decisamente scettico sulle sue possibilità di sopravvivere nella forma attuale. Sta riscuotendo consensi crescenti: alle elezioni politiche di settembre 2013 è andato vicino, con il 4,7% dei voti, al superamento della soglia per l’ingresso nel Bundestag. Alle elezioni europee dello scorso maggio ha oltrepassato il 7%, e alla luce dei risultati di una serie di recenti elezioni regionali viene ormai dato oltre il 10% su base nazionale.

Personalmente seguo con interesse l’evoluzione di AfD, come ricorderà chi ha letto questo e questo articolo. Non penso di essere un oltranzista né un teorico del “tanto peggio tanto meglio” ma ormai da tempo non credo più che una soluzione del problema euro possa arrivare tramite l’adozione di una posizione cooperativa da parte della Germania.

La posizione tedesca è sempre stata di concedere il minimo indispensabile per evitare la deflagrazione della moneta unica, ma nulla che consentisse di risolverne le gravissime inefficienze. Standard & Poor’s è preoccupata che i crescenti consensi riscossi da AfD portino a un ulteriore irrigidimento: ma questo è esattamente ciò che accelera la soluzione del problema.

L’attuale eurosistema non può sopravvivere, e la rigidità tedesca non fa altro che mettere l’opinione pubblica europea di fronte alla realtà dei fatti. L’esito finale potrà essere uno scioglimento ordinato ed efficiente (come mi auguro) oppure una deflagrazione.

Potrebbe, in teoria, avvenire per il tramite di un’azione promossa dalla BCE: mi sembra improbabile perché richiede la messa in minoranza della Germania da parte degli altri paesi dell’Eurozona per attuare un’azione di “helicopter money” (non certo le iniziative recentemente promosse da Draghi, la cui inutilità è ormai evidente). Non escludo nulla, ma credo decisamente di più ad azioni individuali dei vari paesi.

Comunque ormai siamo al punto in cui i danni prodotti all’economia europea dalla crisi sono da considerare decisamente superiori a quanto sarebbe avvenuto se l’euro fosse saltato, anche in modo disordinato, nel 2011 o nel 2012. Bisogna fare i conti con i dati di fatto e sostenere l’attuazione delle soluzioni più costruttive.

mercoledì 24 settembre 2014

Alcuni ottimi video


Consiglio a tutti la visione di questa presentazione, suddivisa in tre parti per un totale di poco meno di 45 minuti, a cura di Fabio Conditi di M5S.

Fabio è riuscito a condensare, con una sintesi serrata e di grande efficacia, i temi chiave dell’attuale dibattito riguardo al governo della moneta e dell’economia:

Perché la crisi nasce da una carenza totalmente artificiale di moneta e di domanda.

Come potrebbe essere risolta con interventi rapidissimi sia nell’attuazione che negli effetti, senza neanche la necessità di uscire in modo “deflagrante” dall’euro.

Perché l’aver demandato al sistema bancario privato la creazione della maggior parte della moneta in circolazione crea grossi rischi di destabilizzazione del sistema finanziario e dell’economia.

Perché il debito pubblico non è il problema che viene descritto essere.

 

Mi sento di muovere un unico appunto a Fabio. Andrebbe forse ulteriormente chiarito che lo Stato può, OGGI (in situazione di pesante depressione della domanda) spendere a deficit e finanziare il debito pubblico a costo zero, ma questo non è SEMPRE possibile (per i motivi che spiegavo qui: in normali condizioni di funzionamento dell’economia, il debito pubblico ha un costo).

Ma questo, allo stato attuale della situazione economica, possiamo anche considerarlo un dettaglio. Il punto è che oggi è possibile far ripartire circolazione di moneta, immissione di potere d’acquisto nell’economia, domanda, produzione e occupazione A COSTO ZERO.

 

I video fanno capire molto bene perché e come.

Ed è assurdo non farlo, chiaramente.

lunedì 22 settembre 2014

Renzi, rilanciare la domanda senza nuovo debito si può


[Nota introduttiva: il testo qui di seguito è una versione – non una traduzione letterale – dell’articolo uscito su Economonitor. Sarà pubblicato su uno o più siti / organi di stampa (non vi dico quali solo perché più di uno lo sta esaminando, in versioni tra di loro un filo differenti – non nella sostanza, ovviamente !).  A firma congiunta Biagio Bossone – Marco Cattaneo – Warren Mosler – Giovanni Zibordi].

 

Flessibilità fiscale per l’Italia ?

Con una politica economica fortemente ingessata e uno spazio fiscale residuo pressoché inesistente, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi cerca di ottenere dalla UE margini di flessibilità per un’implementazione più attenuata del fiscal compact.

Riteniamo che, semmai tale flessibilità venisse concessa, essa sarebbe largamente insufficiente rispetto all’esigenza di rilancio della domanda interna del Paese. Oltretutto, maggiore flessibilità significherebbe nuovo debito.

Lo scorso anno, il deficit di bilancio dell’Italia è rimasto attestato al 3% del PIL e il surplus primario del 2,2%, il più ampio in Europa, ha eguagliato quello della Germania. Sei anni di tasse in aumento, tuttavia, hanno interrotto la crescita e non hanno impedito il continuo aumento del debito, mentre la produzione industriale si è contratta del 25%, l’occupazione è scesa di oltre un milione di unità e la disoccupazione è più che raddoppiata.

Non è immaginabile che stimoli adeguati promanino dalla politica monetaria, né che le misure della BCE da sole bastino a riattivare il credito. Né la disoccupazione potrà essere riassorbita da una modesta ripresa delle esportazioni. Non c’è nemmeno ragione per credere che riforme nel campo della giustizia, dell’istruzione, della governabilità e della competitività, per quanto necessarie a modernizzare il Paese, consentano di avviare la ripresa.

 

Un nuovo strumento per crescere

In tali condizioni, proponiamo che lo stato italiano emetta dei Certificati di Credito Fiscale (CCF) per assegnarli senza contropartita a imprese e lavoratori in funzione del costo del lavoro sostenuto dalle prime, e della retribuzione netta dei secondi. I CCF non prevederebbero alcun obbligo di rimborso da parte dello stato. A due anni dall’emissione, tuttavia, lo stato s’impegnerebbe ad accettarli per il pagamento di tasse e di qualsiasi altra obbligazione finanziaria ad esso dovuta (contributi pensionistici, previdenziali e sanitari, multe ecc.).

I percettori di CCF potrebbero immediatamente convertirli in euro, vendendoli sul mercato finanziario con uno sconto analogo a quello applicabile a un titolo di stato zero coupon a due anni, e spenderli per l’acquisto di beni e servizi. I CCF sarebbero una quasi-moneta. I due anni di differimento servirebbero a dare all’economia il tempo di aumentare la produzione di beni e servizi in funzione dell’accresciuta domanda, generando incassi erariali che compenserebbero la diminuzione degli introiti in euro conseguente ai versamenti effettuati in CCF.

Le assegnazioni di CCF rappresentano una notevole riduzione del cuneo fiscale: accrescono il reddito disponibile dei lavoratori e riducono il costo del lavoro per le imprese. Le allocazioni dirette supererebbero l’inefficacia dei meccanismi creditizi tradizionali, generando capacità di spesa senza creare indebitamento. I maggiori redditi disponibili sosterrebbero i consumi mentre la riduzione del costo del lavoro incoraggerebbe occupazione e competitività. La bilancia commerciale resterebbe in equilibrio, in quanto le maggiori esportazioni nette consentite dal recupero di competitività compenserebbero la crescita di import conseguente alla ripresa. Il flusso di allocazioni di CCF e la non esigenza di copertura delle stesse attraverso futura tassazione darebbero luogo a consistenti effetti moltiplicativi della spesa sul PIL.

 

Impatto dei CCF

Con un output gap pari a 300 miliardi di euro rispetto al trend pre-crisi, e ipotizzando stime conservative del moltiplicatore fiscale, l’Italia potrebbe chiudere il gap in 3 o 4 anni, emettendo CCF per 200 miliardi all’anno (con un flusso peraltro modulabile in relazione alla risposta del PIL), senza mai eccedere il limite di Maastricht del 3% e avviando a riduzione il rapporto debito pubblico / PIL. Il taglio al cuneo fiscale diventerebbe permanente, la ripresa della domanda giustificherebbe nuovi investimenti e le migliorate prospettive economiche riattiverebbero il circuito del credito.

Peraltro, dato l’alto volume di risorse attualmente non occupate, la nuova spesa indotta dai CCF non alimenterebbe l’inflazione, tenuto conto anche dell’impatto deflattivo dei CCF sul costo del lavoro sostenuto dalle imprese. E comunque, se l’inflazione dovesse moderatamente ravvivarsi, ciò sarebbe coerente con gli obiettivi che la BCE si sta, oggi, sforzando di conseguire.

 

Che ne penserebbero i paesi partner ?

Nelle attuale condizioni di politica economica, nulla può controbilanciare le pressioni deflazionistiche che affliggono le economie periferiche dell’Eurozona, dove la sfida è quella di trovare il modo di sostenere la domanda. I CCF sono la risposta a questa sfida: rilanciano la domanda senza creare debito, poiché i governi che li emettono s’impegnano ad accettarli per il pagamento delle tasse, non a rimborsarne il valore a una qualche data futura.

I paesi creditori, comprensibilmente, chiedono il rispetto di vincoli rigidi all’emissione di nuovo debito da parte dei paesi già esposti, ma non hanno ragioni valide per limitare strumenti non di debito, i CCF, che mirano a combattere la depressione. E poiché i CCF non danno luogo a future obbligazioni di debito per gli stati emittenti, la loro allocazione non ricadrebbe tra le regole del fiscal compact e non rientrerebbe nel calcolo del deficit.

Rimane, certo, la posizione della Germania, che si oppone a misure utili a sostenere la crescita temendo che il loro successo eliminerebbe lo stimolo all’attuazione delle riforme strutturali che – a suo avviso – sono garanzia del ritorno a una crescita sana.

Ma insistere sull’attuazione di riforme strutturali in un contesto di domanda depressa è proprio il modo migliore per impedirne l’attuazione. Le riforme hanno costi di breve-medio termine ed impatti negativi sulla domanda. La stessa Germania, del resto, sforò il limite del 3% nel rapporto deficit pubblico / PIL per riuscire ad avviare le riforme Hartz, nonostante un contesto economico mondiale e, soprattutto, europeo nettamente più favorevole di quello odierno.

In realtà, la soluzione CCF – che è adottabile da ciascuno dei paesi in crisi dell’Eurozona – consentirebbe la ripresa dell’output, rafforzerebbe la sostenibilità fiscale e la possibilità di avviare le necessarie riforme strutturali, in un clima di consenso ottenuto proprio grazie al forte stimolo della domanda reso possibile dai CCF.

mercoledì 17 settembre 2014

Indipendenza scozzese


Domani si terrà il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Personalmente, ho molta simpatia per gli scozzesi. Per la verità anche per gli inglesi, ma posso capire che convivere sotto lo stesso tetto con questi ultimi nelle vesti di “grande fratello” possa non essere la cosa più facile o più simpatica del mondo.

Non so come voterei se fossi scozzese. In caso di successo indipendentista, tuttavia, un aspetto molto preoccupante è che cosa succederebbe al sistema monetario locale.

Preoccupante perché il movimento indipendentista non ha, a quanto pare, riflettuto sufficientemente sulla questione, o comunque non ha chiarito come gestire questo tema. Introdurre una moneta scozzese ? mantenere un legame con la sterlina ? e non è nemmeno del tutto escluso (purtroppo) che spunti un MacProdi locale con la brillante idea di adottare l’euro.

Affermare che questa scelta sia, in ultima analisi, un tecnicismo che può essere lasciato al “dopo” è, a mio avviso, un rischio per la causa indipendentista perché molti votanti saranno influenzati dal non sapere esattamente che cosa accadrà ai loro stipendi, alle loro pensioni, ai loro risparmi. L’identico problema che viene sottovalutato dai sostenitori del break-up dell’euro.

Un programma di affiancamento e sostituzione graduale, con orizzonti temporali predefiniti, potrebbe essere la soluzione giusta ed essere impostato secondo i principi della Riforma Morbida. In pratica, tutti i rapporti contrattuali e legali in essere rimangono nella valuta originaria (la sterlina inglese) ma tutti quelli che insorgono da una certa data in poi vengono espressi in Moneta Scozzese, che la nuova Scozia indipendente dichiara di accettare illimitatamente a soddisfacimento di ogni obbligazione finanziaria (tasse e quant’altro) nei suoi confronti.

Per gestire l’intero processo di transizione potrebbero risultare utili una serie di principi delineati in questo articolo, dove invece di:

“Dall’euro alla Lira Fiscale, passando per la Riforma Morbida”

leggasi:

“Dalla sterlina inglese alla Moneta Scozzese, passando per la Riforma Morbida”.

Potrebbe risultare utile emettere, come strumento intermedio, Certificati di Credito Fiscale scozzesi (Moneta Scozzese a utilizzo differito) per gestire sfasamenti temporali tra incassi ed esborsi del nuovo stato scozzese che, durante la fase transitoria, verrebbero ancora (anche se, giorno dopo giorno, in misura sempre minore) prevalentemente effettuati in sterline inglesi.

Se avverrà, comunque, l’acquisizione della sovranità monetaria da parte della Scozia potrebbe costituire un modello molto utile per futuri distacchi dall’euro di singoli stati dell’attuale Eurozona (o di singole regioni…: Catalogna ? Fiandre ? Veneto ? Sardegna ?).

domenica 14 settembre 2014

Un uomo assai potente – ma che non conta niente ?


In un periodo storico in cui ben pochi “policymakers” godono di ampia stima presso la pubblica opinione, Mario Draghi (i banchieri centrali sono policymakers, pochi dubbi su questo) è un’eccezione.

E’ difficile dubitare che sia un uomo dotato di forti competenze tecniche, ed allo stesso tempo di riconosciuta autorevolezza.

L’economista oggi probabilmente più letto e citato al mondo, Paul Krugman, che pure è fortemente critico dell’eurosistema, afferma di ammirarlo e ritiene che solo l’azione di Draghi abbia impedito, nel 2012, la deflagrazione della moneta unica europea.

Però…

Lo stesso Krugman nel formulare i suoi elogi dimentica (forse ai tempi gli è sfuggito ?) che pochi mesi prima di pronunciare il “whatever it takes” che ha evitato il collasso dell’euro, Draghi aveva anche formulato precise opinioni in merito all’insostenibilità dello stato sociale europeo. Precise ma molto discutibili, e sicuramente ben poco in linea con le opinioni della scuola keynesiana progressista di cui Krugman è forse l’esponente più noto.

C’è un altro punto. Draghi ha ottenuto, si dice, grandi successi politici con l’approvazione di iniziative come l’OMT e, recentemente, il pacchetto di facilitazioni del credito (TLTRO, acquisti di ABS eccetera). Grandi successi perché conseguiti nonostante l’opposizione tedesca.

Ma… quanto è stato utile tutto questo ? Draghi ha messo in atto esattamente quanto serviva a evitare la deflagrazione della moneta unica, e niente più di questo. Ha evitato che la malattia uccidesse il paziente, ma l’ha trasformata in uno stato di malessere cronico. E a due anni di distanza dal “whatever it takes”, l’Eurozona è più depressa di prima, ci sono milioni di disoccupati in più e sono fallite decine di migliaia di aziende.

Sarebbe stato diverso se alla guida della BCE ci fosse stato Jens Weidmann ? La risposta di primo acchito è: sì, la rigidità tedesca portata alle estreme conseguenze avrebbe “spaccato” l’euro nel 2012.

Magari vi stupirà che lo dica io, che da due anni mi sforzo di spiegare come si può riformare l’eurosistema e farlo funzionare senza arrivare alla rottura. Ma sarebbe stato non lo scenario migliore, ma comunque molto, molto meno peggio, rispetto a quanto è in realtà accaduto.

Il breakup avrebbe certamente causato problemi seri. Ed è lecito avanzare parecchi dubbi su quanto efficacemente sarebbe stato gestito.

Ma a quest’ora il problema sarebbe stato alle nostre spalle. I danni del breakup non sarebbero stati maggiori di quelli causati da questi due anni di devastazione. E oggi saremmo in piena ripresa.

E poi, Weidmann avrebbe realmente fatto qualcosa di diverso ? E’ così rilevante che il capo della Bundesbank vada nel consiglio della BCE e voti contro provvedimenti destinati a essere comunque approvati ? State certi che Weidmann entra in consiglio sapendo come voteranno gli altri.

Il dubbio è che la Bundesbank abbia interesse a fare esattamente quello che ha fatto Draghi. Evitare, cioè, la deflagrazione, senza però che vengano attuate le azioni di espansione fiscale che risolverebbero la crisi – e farebbero venir meno, di conseguenza, la posizione egemonica della Germania nell’ambito dell’Eurozona.

Non voglio passare per dietrologo, non credo di esserlo. Ma pensando a Draghi mi balza alla mente un romanzo di Stefano Benni, dove compariva un immaginario presidente degli USA (una caricatura di Bill Clinton) descritto come “un uomo assai potente, ma che non conta niente”.

Un uomo sulla carta dotato di poteri enormi, in pratica vincolato a utilizzarli secondo logiche e interessi che gli tolgono ogni effettiva libertà di azione.

Forse non è così e sarei felice di essere smentito. Ma non considero assolutamente una smentita le recenti mosse della BCE.

Cambierò idea se vedrò Draghi supportare una di queste cose.

Per ora, il dubbio che Draghi sia solo la faccia che annuncia ciò che sta bene a Weidmann, togliendo a Weidmann l’imbarazzo di fare lui l’annuncio (anzi dandogli perfino la comodità di formulare un irrilevante voto contrario) rimane.

venerdì 12 settembre 2014

Ancora sulla spesa pubblica


In merito al mio post precedente, Matteo Thomann correttamente mi faceva notare che, nel valutare l’andamento della spesa pubblica e del PIL, occorre anche tenere conto del rapporto tra i due, e del confronto dell’incidenza percentuale (della spesa sul PIL, appunto) tra i vari paesi.

Nel campione esaminato (dati Eurostat e FMI) i due paesi che hanno ridotto la spesa pubblica in termini reali:

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
1.143
1.224
7,1%
Francia
1.074
1.176
9,6%
Italia
814
789
-3,0%
Spagna
425
458
7,7%
Irlanda
65
70
8,0%
Grecia
 
 
113
106
-6,0%

 

sono Italia e Grecia, ovvero quelli dove si è verificata la peggiore contrazione di PIL:

 


Variazione PIL reale
 
2013 vs 2007
Media annua
Germania
 
 
4,2%
0,7%
Francia
0,9%
0,2%
Italia
-8,7%
-1,5%
Spagna
-5,7%
-1,0%
Irlanda
-7,6%
-1,3%
Grecia
 
 
-23,6%
-4,4%

 

E’ tuttavia anche vero che il paese dove l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è cresciuta meno, ed è comunque una delle più basse del campione, è anche quello che ha registrato l’andamento economico migliore (o, detto altrimenti, è l’unico a non essere nei guai…). Si parla naturalmente della Germania.

 


Spesa pubblica / PIL
 
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
43,5%
44,7%
1,2%
Francia
52,6%
57,1%
4,5%
Italia
47,6%
50,6%
3,0%
Spagna
39,2%
44,8%
5,6%
Irlanda
36,7%
42,9%
6,2%
Grecia
 
 
47,5%
58,5%
11,0%

 

Ora, è molto facile prendere questi dati e saltare alla conclusione che la disciplina nel contenimento della spesa pubblica aiuta l’economia. Ma è anche molto facile confutare questa affermazione. Se Italia e Grecia hanno ridotto la spesa (in termini reali) ma nello stesso tempo la spesa pubblica è cresciuta in rapporto al PIL, questo è dovuto, banalmente, al fatto che è caduto il denominatore del rapporto.

Non abbiamo, quindi una conferma della tesi che meno spesa pubblica => più crescita. Casomai osserviamo che in una situazione di domanda depressa, la riduzione di spesa tende ad abbassare il PIL e ad aumentare il rapporto spesa pubblica / PIL, invece di ridurlo.

Naturalmente, il “miracolo tedesco” (aver superato la crisi e ottenuto una decente crescita del PIL, senza mettere in atto grossi incrementi di spesa pubblica) ha un’origine ben nota, i surplus commerciali:

 


Saldo partite
Media 2008 - 2013 (% PIL)
correnti
Germania
 
 
6,7%
Francia
-1,7%
Italia
-1,9%
Spagna
-3,9%
Irlanda
0,9%
Grecia
 
 
-8,0%

 

En passant, questa brillante prestazione della Germania implica la violazione dei trattati europei. Come è noto a molti (ma non a tutti) non esiste solo il limite del 3% per il rapporto annuo tra deficit pubblico e PIL. Esiste anche (tra le altre cose) una soglia massima del 6% per quanto attiene a surplus commerciale / PIL. La Germania viola sistematicamente questa soglia senza che questo turbi i sonni di nessuno a Bruxelles, pare.

Ma lasciamo pure da parte i trattati. La sintesi di quanto sopra è: puoi superare una pesante crisi di domanda, originata dagli eventi del 2008 (culminati nel fallimento Lehman) e puoi anche farlo senza attuare grossi incrementi di spesa pubblica e di deficit pubblico. Lo puoi fare se hai grosse eccedenze negli scambi con l’estero.

Dovrebbe essere però evidente (ma pare di no…) che le eccedenze di qualcuno sono deficit di qualcun altro. Infatti in questo periodo la Germania è stata in surplus e il resto dell’Eurozona in deficit fino al 2011. Dal 2012 in poi il deficit del resto dell’Eurozona si è, sostanzialmente, azzerato, e la Germania ha continuato a fare surplus a fronte dell’incremento di deficit commerciale da parte del resto del mondo – il che non ha mancato di suscitare lamentele da parte di asiatici e americani.

Il punto chiave è che il governo tedesco continua a ripetere che il resto dell’Eurozona può uscire dalla crisi seguendo l’esempio della Germania. E’ un'affermazione insensata per vari motivi: uno dei principali è che saldi commerciali attivi del 6-7% ottenuti da un paese di 80 milioni di persone sono tollerabili (non senza mugugni) da parte del resto del mondo. Ottenuti da un’area economica di 330 milioni di persone, no.

La crisi dell’Eurozona si risolve solo con un grande rilancio della domanda interna dell’Eurozona stessa. Il dibattito rilevante è sui meccanismi da adottare e sugli equilibri interni da tutelare. Sul piano tecnico, le soluzioni esistono.

Sul piano politico, stiamo dove stiamo… da nessuna parte, per ora.