giovedì 29 dicembre 2016

Il calcolo sbagliato di Berlusconi

Non ho nessuna pretesa di essere un raffinato analista politico, e le analisi politiche del resto sono decisamente più aleatorie di quelle economiche (che già di loro non scherzano). Ma una cosa mi sento di affermarla. Berlusconi sta andando fuori strada con le sue strizzate d’occhio, ultimamente molto esplicite, a un governo di larghe intese PD – Forza Italia.

Beninteso, lo stile del personaggio è sempre quello di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, di rilasciare dichiarazioni un giorno per poi contraddirsi o lasciare tutti nel dubbio il giorno dopo, eccetera. Però la sua attuale linea di pensiero mi appare evidente: il PD non avrà i numeri per governare da solo e quindi allearsi con me sarà determinante, solo io porterò la futura “grande coalizione” italian style oltre il 50% in parlamento.

Ora, i sondaggi accreditano al PD (ammesso che non si spacchi) un 30% circa, mentre Forza Italia è quotata intorno al 13%. Al 50% non si arriva, neanche con i cespuglietti alfanian-verdiniani (se sopravvivono) e l’inevitabile sostegno esterno dei partiti locali valdostani o sudtirolesi (sempre filogovernativi, basta che i soldi degli statuti speciali continuino ad arrivare).

Naturalmente Berlusconi fa conto sulla sua collaudatissima capacità di rimonta in sede di campagna elettorale. Un 5% minimo, rispetto ai sondaggi, quante volte glielo abbiamo visto recuperare nelle ultime settimane prima del voto ?

Qui però, credo, sta l’errore di calcolo. La remuntada stavolta non la vedo, e non tanto perché le sue indubbie capacità di comunicazione si stiano appannando con l’età e con le condizioni di salute. Pesa anche questo, ma il punto chiave è un altro.

Berlusconi è stato per vent’anni il federatore di un centrodestra “moderato” (o che si percepiva come tale) caratterizzato dall’avere in uggia le “sinistre”. Ovviamente la linea politica del PD di sinistra non ha più nulla da una vita, ma questo la maggior parte degli elettori centrodestri comincia (forse) a capirlo solo ora. E se anche lo capisce, l’uggia comunque rimane, perché la sinistra dal PD è sparita, ma la spocchia radicalchicchista c’è ancora tutta, come prima se non peggio.

La contrapposizione tra blocchi politici che ha caratterizzato quasi vent’anni di bipolarismo italiano, in ultima analisi, si è parecchio fondata su due antipatie epidermiche, uguali e contrarie. Dell’elettore di centrodestra verso un centrosinistra ormai tale solo di nome, ma sussiegoso e intellettualmente pretenzioso come sempre. E dell’elettore del sedicente centrosinistra verso il rassemblement opposto (Milano da bere + beceri valligianbossiani + ex fasci di risulta…).

Il dato di fatto è che in Italia il “centrodestra” numericamente pesa, non da oggi ma dal 1948, più del “centrosinistra”, e soprattutto per questo Berlusconi ha vinto tre elezioni politiche (1994, 2001 e 2008) e ne ha perse solo di un pelo due in cui partiva strasfavorito (2006 e 2013).

Ma se in campagna elettorale Berlusconi non gioca più la carta della “diga contro i comunisti” e non si presenta più come il “federatore dei moderati”, una buona parte del suo elettorato tradizionale lo perde. Il 13% non risale al 18-20%. Più probabile che scenda al 7%. A vantaggio soprattutto della destra “lepenista” (e fortemente eurocritica) Salvini + Meloni.

martedì 27 dicembre 2016

La non-invincibilità della speculazione finanziaria

Leggevo su Facebook, qualche giorno fa, un commento che ne ricalca tanti altri simili: “se domani la finanza decidesse di shortare l’Italia per un motivo qualsiasi, pensate che i governanti (chiunque essi siano) terrebbero fede a quanto scritto nei programmi elettorali ?”

Altrimenti detto, come ci si difende se le grandi istituzioni finanziarie mondiali decidono di vendere allo scoperto, quindi di premere al ribasso sul valore delle attività finanziarie italiane, in particolare dei titoli di Stato ?

Bene: se i titoli di Stato fossero in denominati in lire, quindi nella moneta emessa dallo Stato stesso, in una situazione di cambi flessibili, la speculazione finanziaria non sarebbe MAI in grado di forzare lo Stato italiano all’insolvenza. Nessuno può costringermi ad andare in default su un debito espresso nella moneta che emetto. E neanche ad abbandonare un cambio fisso se non mi sono impegnato a mantenerne uno e ho deciso, invece, di lasciare fluttuare la mia moneta.

Le vendite di titoli italiani produrrebbero casomai un declino del cambio contro altre valute. Ma questo renderebbe l’Italia più competitiva. Se il cambio precedente fosse stato sopravvalutato, si tratterebbe di un aggiustamento benefico. Se la caduta del cambio fosse eccessiva, sarebbero altri operatori – i concorrenti industriali stessi dell’Italia, in primo luogo – a intervenire per evitare un eccesso di ribasso del cambio italiano.

Una scoperta recente ? non direi proprio. Correva l’anno 1983 quando, durante il corso di Economia Politica II (in Bocconi…) una delle prime cose che mi sentii dire fu “in regime di cambi fissi la speculazione è sempre vincente”. In regime di cambi fissi.

La speculazione finanziaria è un elemento importante del panorama economico, ma non è affatto invincibile. Ci sono assetti istituzionali che le spianano la strada. Ma ce ne sono altri che sono ancora più potenti nell’ostacolargliela. Primo fra tutti, emettere la propria moneta nazionale

sabato 24 dicembre 2016

Quelli che ”il petrolio non lo paghi con la Moneta Fiscale”

Rispondo a uno dei dubbi più ricorrenti espressi in merito al progetto Moneta Fiscale. I CCF, o titoli di sconto fiscale, o Moneta Fiscale che dir si voglia, hanno valore in quanto vengono accettati dalla pubblica amministrazione per ridurre pagamenti che le sono (altrimenti) dovuti: in primo luogo, tasse e imposte.

Si parla di pubblica amministrazione del  paese emittente, quindi dell’Italia nel caso in cui sia il nostro paese ad adottare il progetto. Ora, un commento tipico è “come paghi le importazioni ? la Moneta Fiscale serve a un residente italiano, che ha obbligazioni finanziarie verso il settore pubblico italiano. Il venditore estero di materie prime o di qualsiasi altro prodotto o servizio non le accetterà mai”.

Bene: quando c’era la lira, si trattava di una moneta che aveva corso legale in Italia, e solo in Italia. Nessuno era obbligato ad accettarla, all’estero. Non potevamo, per questo, pagare le importazioni ?

L’Italia era, ed è tuttora, un paese trasformatore, ed è in grado mediamente di generare valori aggiunti che mantengono in equilibrio i saldi commerciali esteri. Tanto è vero che nel 2016 ha registrato un surplus commerciale vicino a 60 miliardi.

Questo surplus naturalmente è dovuto in misura rilevante al basso livello delle importazioni, generato a sua volta dalla domanda interna depressa. Ma l’import è pari a poco più del 25% del PIL: ne segue che il PIL italiano potrebbe crescere di oltre 200 miliardi senza squilibrare i saldi  commerciali esteri. E questo, senza neanche mettere in conto che il progetto Moneta Fiscale prevede di destinare una parte delle emissioni di CCF alla riduzione del cuneo fiscale, il che implica maggiore competitività dell’export italiano e anche possibilità di sostituire importazioni di semilavorati e prodotti finiti con produzioni interne.

Le importazioni non si pagano "perché usi l'euro". Si pagano perché sei in grado di esportare tanto quanto importi (o di più). Alternativamente ti indebiti verso l’estero – con tutti i rischi che ne seguono. Il progetto Moneta Fiscale rilancia insieme domanda interna e competitività, e non crea nessun effetto negativo riguardo al pagamento delle importazioni in moneta estera.

Altrimenti detto: l’Italia nel suo complesso genera flussi commerciali esteri attivi superiori ai flussi passivi. Non ha bisogno di far conto sull’accettazione della Moneta Fiscale da parte di controparti estere per gestire la situazione senza squilibri.

Tutto questo, anche ipotizzando che la Moneta Fiscale non abbia nessun tipo di mercato o di accettazione al di fuori dell’Italia. Ipotesi peraltro irrealistica: la lira era una moneta convertibile – non “pagavi” le importazioni in lire, ma con le lire compravi dollari, o marchi, o yen, o sterline, o franchi svizzeri. E le controparti estere accettavano lire contro dollari ecc. a un certo cambio non (necessariamente) perché avevano necessità di effettuare acquisti in lire, ma perché sapevano che altri avrebbero richiesto lire per spenderle in Italia.

Analogamente, la Moneta Fiscale nazionale avrà un mercato e una quotazione, così come l’aveva la lira. La quotazione della Moneta Fiscale sarà peraltro tendenzialmente stabile, perché il suo valore resterà “agganciato” all’euro, grazie al fatto di poter utilizzare indifferentemente euro o Moneta Fiscale per estinguere obbligazioni finanziarie verso la pubblica amministrazione.

La chiave della stabilità della Moneta Fiscale è che le emissioni che giungono  a scadenza in ogni singolo anno siano in quantità limitata rispetto agli impegni per pagamenti di tasse, imposte, contributi ecc. verso la pubblica amministrazione italiana. Il progetto prevede che l’ordine di grandezza delle emissioni annue di Moneta Fiscale parta da 30 miliardi e salga fino a un massimo di 200, ma più probabilmente 100 miliardi circa (la cifra esatta dipenderà dalla velocità di recupero dell'economia, e tra l'altre cose dal ritmo con cui la ripresa della domanda riattiverà gli investimenti privati). Gli incassi totali del settore pubblico italiano ammontano a circa 800. Stiamo parlando quindi di un tasso di copertura non inferiore a quattro volte, e con ogni probabilità ben superiore.


mercoledì 21 dicembre 2016

Keynesismo in un solo paese: perché è possibile


Ogni tanto mi imbatto in commentatori che negano la possibilità di rilanciare l’economia di un paese mediante politiche di sostegno della domanda, a meno che questa azione non sia coordinata con qualcosa di analogo effettuato dai suoi principali partner commerciali.

Se il coordinamento non ci fosse, si dice - se, cioè, un paese espandesse la propria domanda interna mentre gli altri non lo fanno - non otterrebbe ripresa economica ma inflazione, e in aggiunta squilibri nei saldi commerciali esteri e nella bilancia dei pagamenti. Come esempio di una situazione del genere, si cita spesso il primo periodo della presidenza Mitterrand in Francia, tra il 1981 e il 1983.

Qui, in realtà, siamo in presenza di un fraintendimento del pensiero keynesiano. Le politiche attive di sostegno della domanda non sono la soluzione per produrre sempre e comunque accelerazione della crescita economica. Sono il modo per conseguire, con grande efficacia e in tempi anche rapidi, il recupero dell’economia da una situazione in cui la domanda è caduta nettamente al di sotto della capacità produttiva del sistema.

Era la situazione di molte economie avanzate in conseguenza della Grande Depressione negli anni Trenta, ed è la situazione di molti paesi oggi, per effetto della crisi Lehman del 2008 e della crisi dell’Eurosistema esplosa (e tuttora non risolta) principalmente a partire dal 2011.

Il contesto dei primi anni Ottanta era profondamente diverso. Il mondo economicamente sviluppato si trovava in una situazione di malessere a causa degli shock petroliferi del 1973 e del 1979, che avevano fortemente incrementato il costo di una materia prima essenziale (allora ancora più di oggi) e quindi ridotto il valore aggiunto (equivalente al PIL) potenziale dei paesi industrializzati.

Il problema poteva essere affrontato in due modi.

Ridurre la domanda aggregata mediante politiche deflattive (tagli di spesa pubblica o incrementi di tasse) riportandola al livello del diminuito PIL potenziale. In tal modo non si sarebbe avuta inflazione ma depressione economica: i tagli avrebbero contratto il reddito nominale di famiglie e imprese, innescando una catena di insolvenze e mandando in crisi il sistema creditizio.

Oppure, in alternativa, mantenere invariati i livelli di domanda aggregata e accettare alti livelli di inflazione, in quanto il potenziale di offerta si era ridotto (e la domanda nominale era quindi superiore all’offerta, innescando crescita dei prezzi).

La via più sensata e socialmente meno deleteria era quest’ultima, e per fortuna fu quella adottata. Produsse alcuni anni di inflazione a due cifre, ma si evitarono pesanti contrazioni dell’attività economica e dei livelli di occupazione.

Venendo all’episodio francese del 1981-1983, Mitterrand affrontò la situazione di una crescita più lenta che nel passato pensando di trovarsi di fronte a un problema di domanda. Era invece un tema di offerta. Il valore aggiunto potenziale, equivalente al PIL potenziale, del sistema economico era stato frenato dall’impennata dei costi produttivi. Ma non esistevano grossi livelli di sottoutilizzo del potenziale economico del paese (ancorché ridotto dai maggiori costi per materie prime).

Le politiche francesi di quegli anni non funzionarono non perché fossero “keynesismo in un solo paese” ma perché si trattò di “keynesismo applicato nel momento sbagliato”. Non era keynesismo, in effetti, ma un suo fraintendimento.

Nel momento in cui, invece, si è effettivamente in presenza di un pesante sottoutilizzo di capacità produttiva, le azioni di sostegno della domanda funzionano senza problemi. La maggior domanda riattiva produzione e occupazione. Non si creano tensioni indesiderate sui prezzi perché domanda e offerta recuperano di pari passo.

Se un paese rilancia la domanda e i suoi partner no, c’è effettivamente la possibilità di creare scompensi nei saldi commerciali esteri. Ma questo può essere evitato senza grandi difficoltà riallineando il cambio, oppure - nel contesto dell'Eurozona, dove il riallineamento di un singolo paese è impossibile senza attuare una rottura della moneta unica - dedicando una parte dell’azione espansiva alla riduzione del cuneo fiscale (un punto essenziale, non a caso, del progetto Moneta Fiscale).

In presenza di un potenziale produttivo inespresso, non esistono vincoli tecnici che impediscano di riportarlo a regime, riassorbendo il sottoutilizzo di capacità delle aziende e, soprattutto, la disoccupazione prodotta dalla crisi. A prescindere che l’azione espansiva della domanda, effettuata da un paese, sia o meno imitata dai suoi vicini e dai suoi partner d’affari.


domenica 18 dicembre 2016

Imprenditori e capitalisti amano la crescita ?

A prima vista, può sembrare una domanda quasi retorica, a cui rispondere “ovviamente sì” senza pensarci troppo, o senza pensarci affatto. Chi sviluppa attività economiche e mette in atto progetti d’investimento è animato da un sacro fuoco interiore, vuole vederli sviluppare, sogna grandi organizzazioni e conquiste di mercati…

O forse anche no ?

Se consideriamo la questione dallo stretto punto di vista delle valutazioni economiche, così come espresse per esempio dalle quotazioni di borsa, non è affatto garantito che la crescita implichi maggior valore. Per crescere occorre investire. Il punto chiave è quanto renda il capitale investito.

Le aziende di successo naturalmente sono in grado di svilupparsi ottenendo remunerazioni pari a un multiplo dell’investimento. Ma non tutte le aziende hanno successo, il che significa che molte altre sono nella posizione opposta – mettono soldi in strutture, persone, impianti, ricerca e scoprono poi di aver bruciato valore.

Investire significa (anche) prendersi rischi. L’imprenditore tipico, e ancora di più il capitalista finanziario tipico, tende a ricercare rendite di posizione. Attività protette con rendimenti stabili e rischi minimi. L’ideale sono alti margini con poca necessità d’investire. E se non c’è crescita, non è poi un dramma.

Ci saranno sempre ampi segmenti del mondo imprenditoriale orientati a puntare su attività statiche, che producono flussi di cassa senza bisogno di reinvestirli.

E poi ci saranno anche gli innovatori che, per natura e DNA, si svegliano ogni mattina con un’idea e con un progetto nuovo. Ma non diamo per scontato che siano la maggioranza. Sono forse più numerosi gli imprenditori-capitalisti molto preoccupati dai problemi e poco stimolati dalle opportunità. Perché gestire e organizzare vuol dire, va anche detto, affrontare un problema ogni minuto.

Non voglio con questo accusare il ceto imprenditoriale di miopia congenita e irreversibile. In Italia, ad esempio, non ho dubbi che i capi d’azienda siano oggi fortemente preoccupati per la deriva catastrofica causata dall'euroausterità. Il dato di fatto però è che fin qui l’hanno ampiamente accettata e assecondata. Il governo adotta politiche che impediscono qualsiasi tipo di ripresa ? però in cambio mi dà il jobs act e mi crea un bacino di forza lavoro a basso costo ? non lo ritengo magari l’ideale, ma non alzo troppo la voce per far sentire il mio dissenso, anzi…

Tutto questo ha un limite – far terra bruciata intorno a sé non è a lungo andare un vantaggio per nessuno. E speriamo di essere vicini al momento in cui il pendolo oscillerà nella direzione opposta. Ma così è andata in questi anni, e non è spiegabile se ci si scorda che per ogni innovatore schumpeteriano c’è almeno un aspirante rentier. Anche se tutti e due hanno scritto “imprenditore” sulla carta di identità.


martedì 13 dicembre 2016

Moneta Fiscale, banche e rilancio dell’economia

Appena insediato, il governo Gentiloni si trova sul tavolo il dossier MPS, che in effetti è un “di cui” di un problema più ampio – i fabbisogni di capitale del sistema bancario italiano.

Il tema MPS è il più imminente, ma nei prossimi mesi dovrà essere varato il riassetto di Unicredit – in situazione meno critica, ma con dimensioni e necessità di intervento potenzialmente maggiori. E rimane irrisolto il destino delle quattro banche – Etruria, Marche, Carife e Carichieti - su cui si è intervenuti a fine 2015.

Il fabbisogno complessivo potrebbe aggirarsi intorno a un massimo di 30 miliardi. Se non andranno in porto le soluzioni di mercato su cui si sta (con molta fatica) lavorando, sarà necessario un intervento pubblico. Gli accordi necessari con la UE probabilmente verranno trovati: è di interesse generale che non si inneschi una crisi sistemica.

E’ tuttavia fondamentale attuare interventi che non creino effetti depressivi sull’economia. Diversamente, la ripatrimonializzazione delle banche diventerebbe un “cerotto” di breve termine. In poco tempo, probabilmente non molto più di un anno, i portafogli crediti delle banche riprenderebbero a deteriorarsi e a riportare incagli e sofferenze a livelli di allarme.

Occorre in primo luogo evitare il bail-in di correntisti e depositanti. Ed impedire che gli obbligazionisti subiscano perdite ulteriori rispetto a quelle espresse dai valori di mercato correnti. In pratica, evitare che ampi segmenti di risparmiatori subiscano un depauperamento patrimoniale.

Ma è anche indispensabile che, a fronte dell’intervento pubblico, non siano varate azioni fiscali restrittive per “rientrare”, in parte o totalmente, dall’impegno finanziario. Al contrario, tamponare i problemi delle banche ha senso se contemporaneamente l’economia italiana “gira l’angolo” e si immette, finalmente, in un percorso di crescita. Il che è ottenibile solo rilanciando domanda, PIL e occupazione.

Lo strumento utilizzabile per raggiungere questi obiettivi è la cosiddetta Moneta Fiscale (MF): titoli che danno diritto a beneficiare di riduzioni d’imposta futuri (per esempio, a partire da due anni dopo la loro emissione).

La MF permette di abbinare la ricapitalizzazione del sistema bancario con il rilancio dell’economia, secondo varie modalità. Ad esempio:

UNO, lo Stato effettua una serie di interventi sulle banche per complessivi massimi 30 miliardi, e contemporaneamente emette MF nell’ambito di un programma che ne vale altrettanti su base annua. La MF è assegnata gratuitamente per una varietà di fini: sostegno ai redditi dei lavoratori, interventi di spesa sociale, riduzione del cuneo fiscale delle aziende, cofinanziamento di investimenti pubblici, ecc. Si verifica una rapida ripartenza di potere d’acquisto (perché la MF ha valore fin dal momento dell’emissione, incorporando un diritto futuro certo), domanda, occupazione e PIL. Cresce il gettito fiscale. Nel giro di un paio d’anni, la ripresa economica compensa l’impiego della MF per beneficiare di sconti fiscali (quando diventerà utilizzabile). E le quote che lo Stato ha acquisito a seguito dell’intervento nelle banche saranno ricollocabili, probabilmente senza perdite o addirittura con la possibilità di un utile, grazie al recupero di valore che si assocerà alla ripresa.

DUE, lo stesso schema può essere applicato con la variante che lo Stato non mette soldi nelle banche ma garantisce un valore minimo (una put option, in pratica) per l’investimento, che viene invece effettuato da operatori di mercato. La ripresa dell’economia rende plausibile che la put option non sarà, in pratica, esercitata.

TRE, lo Stato ricapitalizza le banche comprando obbligazioni dagli attuali detentori, a un valore che non li penalizza rispetto alle quotazioni correnti, e li paga con MF. Converte poi le obbligazioni in capitale. Contemporaneamente effettua azioni di rilancio della domanda come descritto al punto UNO.

Questi schemi d’azione (utilizzabili anche in combinazione) limitano o evitano totalmente l’incremento del debito pubblico e consentono, finalmente, il rilancio dell’economia e la riduzione, progressiva e costante, del rapporto debito / PIL.

In generale, l’intervento pubblico a sostegno di un sistema bancario in situazione problematica non deve necessariamente essere oneroso per il contribuente. Ma per ottenere questo risultato è indispensabile che si associ a interventi espansivi su domanda, occupazione e PIL. E’ quanto si è constatato negli USA post-crisi Lehman, ma anche in episodi passati quali la soluzione della crisi bancaria svedese dei primi anni Novanta.

Se invece si pretendesse di “compensare” l’impegno finanziario statale sulle banche con azioni fiscali restrittive, il risultato sarebbe di stroncare la debolissima crescita che l’Italia sta oggi faticosamente conseguendo, di ricreare a breve termine problemi di insolvenze e sottopatrimonializzazione nelle banche, e di “bruciare” il valore dell’investimento pubblico.

sabato 10 dicembre 2016

Brevi note sull’introduzione dei CCF

Un argomento di discussione ricorrente è la “meccanica procedurale” con cui dovrà avvenire l’introduzione dei Certificati di Credito Fiscale / Moneta Fiscale. Estendendo una mia risposta ad alcuni quesiti formulati, tra gli altri, da Mauro Poggi, mi sembra opportuno sottolineare quanto segue.

PRIMO, Moneta Fiscale e CCF sono perfettamente compatibili con i trattati che regolano il funzionamento dell’Eurosistema e non richiedono nessuna autorizzazione da parte di organi o istituzioni non nazionali. Il parlamento è in grado di introdurli approvando una legge ordinaria, oppure il governo può agire mediante un decreto legge.

SECONDO, l’introduzione dei CCF può avvenire nel giro di pochissime settimane. Si tratta né più né meno che di una nuova categoria di titoli di Stato (anche se non sono titoli di debito, ma diritti a sconti fiscali futuri). Ogni settimana vengono introdotte, e immediatamente quotate sulle piattaforme informatiche di negoziazione, nuove categorie o nuove scadenze di BOT, CCT, BTP, CTZ, BTP indicizzati. Identici meccanismi si applicheranno ai CCF.

TERZO, i CCF vengono assegnati gratuitamente: non esiste quindi la necessità di effettuare attività di premarketing e collocamento (al contrario di quando si mette sul mercato un nuovo tipo o una nuova scadenza di titolo di Stato offerto in sottoscrizione, cioè venduto in cambio di euro: vedi per esempio, recentemente, il BTP con scadenza a 50 anni).

QUARTO, non sono neanche necessarie attività di comunicazione preliminare al pubblico particolarmente lunghe o complesse. Chi riceverà i CCF constaterà immediatamente che hanno valore, e potrà quantificarlo sulla base di quotazioni di mercato leggibili in tempo reale. L’utilizzo come riserva di valore e anche come intermediario di scambio prenderà piede con grande rapidità: in effetti, sostanzialmente, in modo immediato.


martedì 6 dicembre 2016

E’ stato un voto anti-UE ? sì


I commentatori di fede europeista stanno, in queste ore, cercando di consolarsi argomentando che il referendum costituzionale “non ha espresso un voto contro l’Europa”. Non era in discussione, si dice, l’appartenenza dell’Italia alla UE o l’uscita dalla moneta unica.

Certo che no. Ma indiscutibilmente, il risultato riflette in larga misura non tanto un giudizio sulla riforma costituzionale (per quanto dubbia, pasticciata, confusa) bensì un generale disagio prodotto dall’inaccettabile situazione economica e sociale in cui si trova l’Italia.

Che questo disagio sia fortissimamente connesso alle disfunzioni dell’eurosistema è un fatto. Possiamo discutere su quanta parte dell’elettorato abbia chiaro il nesso, ma il rapporto causale è evidente: sto male, o mi sento insicuro, e quindi dissento da quanto il governo mi propone, perché non ho fiducia nella sua capacità di uscire dalla situazione attuale.

Il tema non è “quanti italiani vogliano uscire dall’Europa” (impossibile salvo smottamenti di placche tettoniche…) ma come sia possibile avviare una vigorosa ripresa dell’economia, generare occupazione, ridurre il disagio sociale. E la risposta è che non lo sarà finché si continueranno a seguire le “prescrizioni” UE e non ci si svincolerà dall’attuale euroarchitettura.

Le modalità e i percorsi possibili sono di vario tipo. E’ indispensabile uscire dalla UE ? no, ma solo se la UE ritorna a essere, nella sostanza, quello che era la CEE: un sistema lasco (rispetto all’attuale) di accordi finalizzati alla cooperazione economica e al libero scambio. Non una tecnoburocrazia che pretende di sottrarre potere agli stati in vista della chimerica creazione degli Stati Uniti d’Europa.

Chimerica perché totalmente fuori dalla realtà, in quanto i tedeschi per primi non la desiderano – per loro la UE è uno strumento di perseguimento dei propri interessi nazionali, o più precisamente delle loro elites finanziaria e soprattutto industriali. E poi perché ne mancano, comunque, pressoché tutte le condizioni.

E’ indispensabile “rompere” l’euro ? no, ma solo se ne vengono superate le disfunzioni e i vincoli. In mancanza di qualsiasi volontà politica di rinegoziare i trattati, l’unica alternativa al break-up è l’emissione di strumenti monetari nazionali, gestiti in piena autonomia dai singoli stati.

Il passaggio politico, non banale ma indispensabile, è formare un governo non guidato dal PD. Perché il PD ha dimostrato di non potere o volere emanciparsi da Bruxelles: a causa di quali condizionamenti e collusioni è complicato stabilirlo, e forse non ne vale nemmeno la pena. Ma è un fatto, e l’esperienza del governo Renzi lo dimostra.


domenica 4 dicembre 2016

Lira-euro, non è stato il cambio di partenza

Il 1° gennaio 1999 l’Italia è entrata nella moneta unica in base a un rapporto di 1936,27 lire per un euro. Il problema all’origine dei guai successivi, si dice spesso, è che quel rapporto era sbagliato, in quanto troppo forte per l’economia italiana.

In realtà non c’è motivo di pensarlo. Il cambio era in linea con quello di mercato di quel periodo e degli anni immediatamente precedenti. E in quegli anni l'economia italiana registrava tassi di crescita del PIL e della produttività in linea con gli altri paesi dell’Eurozona, trovare lavoro non era particolarmente problematico, e non si registravano deficit negli scambi con l’estero.

L’errore non stava nel cambio di partenza, ma in una serie di caratteristiche del sistema-euro che lo rendono tremendamente rigido e inefficiente:

PRIMO, un cambio equilibrato nel 1999 ha buone probabilità di non esserlo più qualche anno dopo, perché i tassi d’inflazione e di crescita del costo del lavoro per unità di prodotto divergono da paese a paese.

SECONDO, il debito pubblico degli stati che hanno fatto il loro ingresso nell’euro è stato convertito ed è quindi diventato, a tutti gli effetti pratici, debito espresso in moneta straniera. La differenza è enorme: il debito in moneta estera non è garantito dalla potestà di emissione monetaria dello stato emittente (o della sua banca centrale, che rispetto allo stato può avere livelli d’indipendenza più o meno elevati, ma ben difficilmente potrà mai consentire il default sulle obbligazioni statali espresse in moneta nazionale). Questa garanzia la BCE NON la forniva agli stati dell’Eurozona, tanto è vero che la Grecia è andata in default sul suo debito pubblico. E l’assenza della garanzia BCE esponeva i titoli di stato dei vari paesi ad attacchi speculativi, che si sono manifestati soprattutto con la “crisi dello spread” del 2011.

TERZO, dal 2012 il “whatever it takes” di Draghi ha modificato questa situazione trasformando la BCE in “lender of last resort”, cioè in garante dei debiti pubblici degli stati: ma solo a prezzo di “condizionalità” non precisate a priori che comunque, di fatto, legano le mani alle politiche economiche degli stati e tolgono autonomia nell’effettuazione di azioni anticicliche e di stabilizzazione del proprio sistema economico, finanziario e bancario.

L’economia italiana può avviare una forte ripresa immettendo domanda nel sistema economico e dirigendola verso i consumi, gli investimenti e la competitività delle aziende: quindi azioni di spesa, di detassazione, di riduzione del cuneo fiscale. Ma l’architettura dell’attuale eurosistema lo impedisce.

La soluzione richiede l’uscita da questi vincoli. E poiché a livello politico non esiste alcun consenso per rinegoziare i trattati, come vie percorribili rimangono:

la spaccatura dell’euro, che presenta però due problemi: complessità di attuazione e - forse più ancora – difficoltà di formare il necessario consenso all’interno del paese

o

l’introduzione di un titolo fiscale che consenta le necessarie politiche anticicliche, di rilancio e di stabilizzazione, senza incrementare il debito pubblico (inteso come il debito che, essendo da ripagare in euro, genera rischi d’insolvenza e quindi di instabilità finanziaria).


giovedì 1 dicembre 2016

Euro-breakup ? rivaluta il marco, non svaluta la lira


Uno dei motivi di preoccupazione più infondati, nell’eventualità di una spaccatura dell’euro, è costituito dai presunti effetti negativi di una svalutazione della moneta italiana.

Ne ho parlato in più occasioni. Qui, per esempio, spiegavo che le ipotetiche difficoltà dovute a rincari delle materie prime sono pura fantasia. L’Italia è un’economia di trasformazione e dipende dall’estero per una serie di input produttivi. Ma le importazioni si pagano con l’export, o se questo è insufficiente con debiti esteri. La moneta sopravvalutata impone di riequilibrare i saldi commerciali con la compressione della domanda interna, oppure di indebitarsi in valuta forte ed emessa da terzi. Guai grossi, certo: ma sono, appunto, causati dalla moneta troppo forte, non dal suo riallineamento (che invece aiuta a risolverli).

Il nesso tra svalutazione e inflazione, a sua volta, è modesto, per non dire quasi inesistente nelle condizioni attuali. In presenza di una domanda molto inferiore alla capacità produttiva del sistema economico (com’è oggi) l’aumento dei prezzi degli input importati viene assorbito dalla compressione dei margini degli importatori, perché il mercato interno non regge aumenti di prezzi. I prezzi salgono solo se contemporaneamente si effettuano azioni espansive della domanda interna. Ma in aggiunta a ciò, l’inflazione parte solo dopo che si è significativamente ridotto il sottoutilizzo di capacità; e comunque i fattori chiave sono il rilancio della domanda e il riassorbimento dell’output gap, non la svalutazione.

Altro punto da tenere in considerazione è la possibilità, emettendo moneta nazionale, di attuare politiche di recupero di competitività, per esempio riducendo il cuneo fiscale sui costi di lavoro. Il che ridurrebbe, o eliminerebbe del tutto, la necessità di svalutare.

Ma prima ancora di preoccuparci degli effetti di un’ipotetica svalutazione della “nuova lira”, la domanda da porsi è: svalutazione contro chi ?

Studi recenti effettuati da varie organizzazioni, tra cui Morgan Stanley e il Fondo Monetario Internazionale, sono concordi su quanto segue.

In condizioni normali (cioè se tutte le principali economie mondiali fossero in situazioni sufficientemente toniche, senza alti livelli di disoccupazione) il cambio di equilibrio tra euro e dollaro sarebbe intorno a 1,25-1,30.

Ovviamente, uno dei principali e più noti problemi dell’euro è l’essere troppo forte per vari paesi, tra cui l’Italia, e troppo debole per altri, tra cui (principalmente) la Germania.

Il cambio di equilibrio (inteso come quello che in condizioni normali non creerebbe particolari problemi a nessuno: che sarebbe, in altri termini, compatibile con buoni livelli di occupazione in tutti i paesi, e con saldi commerciali in equilibrio) è stimato intorno a 1,10 per l’Italia e a oltre 1,40, qualcuno dice anche 1,50, per la Germania.

In caso di rottura dell’euro, quindi, la moneta italiana non dovrebbe necessariamente perdere ulteriore terreno contro il dollaro USA. La svalutazione contro dollaro è già avvenuta (oggi oscilliamo intorno a 1,06) soprattutto a causa delle politiche di Quantitative Easing che la Fed statunitense ha interrotto da tempo e che la BCE sta invece protraendo. E il motivo per cui le protrae è chiarissimo: dato che l’architettura dell’Eurosistema impedisce il rilancio della domanda interna, si cerca disperatamente di tamponarne le disfunzioni scaricandole sul cambio, e recuperando sull’export almeno un po’ della crescita che viene a mancare sul mercato domestico.

Un motivo in più per non preoccuparsi della svalutazione, quindi, è che la svalutazione c’è già stata: contro dollaro il livello attuale dell’ipotetica neolira non ha necessità di scendere ulteriormente. Tra l’altro è in dollari che si pagano le materie prime (che peraltro non arrivano dalla Germania, o dal Nord dell’Eurozona in genere).

E se la neolira non ha bisogno di svalutare contro dollaro USA, non l’ha neanche nei confronti del mondo non europeo – che viaggia su regimi monetari più o meno esplicitamente agganciati al dollaro, non certo all’euro.

L’eventuale breakup dell’euro non sarebbe una svalutazione della neolira, ma una rivalutazione del neomarco: il cambio medio ponderato dell’Italia nei confronti della totalità dei suoi partner commerciali cambierebbe ben poco.

Detto questo, la mia soluzione favorita, come noto a chi segue questo blog, non è il breakup né la svalutazione, ma la moneta fiscale parallela. Perché è molto più semplice da applicare sul piano tecnico-operativo. E perché sarebbe ben più agevole, ritengo, conseguire il necessario consenso politico.

Ma non sono certo le (inesistenti) problematiche di un’ipotetica svalutazione a preoccuparmi.


martedì 29 novembre 2016

Fillon


Domenica scorsa, le elezioni primarie del partito repubblicano francese hanno designato Francois Fillon quale candidato alle presidenziali della prossima primavera. Una sorpresa rispetto alle previsioni di qualche settimana fa, che davano favorito Alain Juppé.

La designazione di Fillon è vista da molti come un grande favore a Marine Le Pen. Con il centrosinistra in pieno disarmo, è pressoché certo che il primo turno delle presidenziali porterà al ballottaggio la La Pen contro il candidato repubblicano. Ci si aspetta quindi, dagli elettori che si identificano con la sinistra (più o meno moderata), un voto al candidato repubblicano, in funzione di “blocco”, o se vogliamo di scelta del male minore, rispetto al Front National.

Ma Fillon può scompaginare questi piani perché si presente con connotazioni, e con un programma, decisamente meno digeribili per un elettore progressista.

I primi sondaggi post designazione di Fillon per la verità non accreditano questa interpretazione, attribuendogli anzi (a Fillon) percentuali di consenso sorprendentemente alte. Ma questo può essere il tipico effetto di “traino mediatico” di cui beneficia quasi sempre (ma in genere solo temporaneamente) un candidato vittorioso. Per una valutazione più significativa è meglio attendere qualche settimana.

Ad ogni modo, l’ipotesi di una presidenza Fillon ha probabilità significative di avverarsi, il che rende opportuno iniziare a riflettere sul suo programma economico, definito “thatcheriano” da molti commentatori.

A prima vista, il programma si presenta molto, ma molto male. Massicci tagli di spesa pubblica (100 miliardi), licenziamenti di dipendenti statali (600.000) e due punti in più di IVA. Il tutto per finanziare riduzioni di imposte e contributi, sia personali che societarie. Previsti anche incentivi ai titolari di grandi patrimoni che prendano la residenza in Francia. Il saldo degli interventi dovrebbe consentire di pareggiare il bilancio pubblico, a fronte di deficit oggi previsti al 3,3% del PIL nel 2016, e al 3% nel 2017 (fonte FMI, World Economic Outlook Ottobre 2016).

Eseguito alla lettera, un programma del genere avrebbe conseguenze pesantemente recessive e risulterebbe controproducente anche ai fini del tentativo di riequilibrare il deficit statale. Sarebbe, in effetti, una riproposizione della fallimentare “austerità espansiva” che ha afflitto l’Eurozona soprattutto a partire dal 2012-2013, creando danni pesantissimi.

Un “dettaglio”, tuttavia, potrebbe modificare questa valutazione. Le riduzioni di spesa e i tagli di dipendenti pubblici sarebbero distribuiti sull’arco di cinque anni. E il pareggio di bilancio viene sì dichiarato come obiettivo, ma non nell’immediato. Il programma di riforme dovrebbe invece associarsi, inizialmente, a una crescita del deficit.

Fillon ha probabilmente in testa di ottenere un effetto iniziale espansivo, almeno per i primi diciotto mesi del suo (eventuale) mandato. I tagli di spesa saranno invece quasi tutti posposti. Ammesso che non ci sia nel frattempo una ripresa dell’economia così forte da ridurre il deficit pubblico senza porsi il problema di effettuarli (i tagli) sul serio…

Eseguito così, il programma di Fillon potrebbe non essere negativo come si presenta a prima vista, soprattutto se l’espansione iniziale del deficit pubblico fosse rilevante – almeno un punto percentuale per il 2017 e per il 2018. Se questa espansione di deficit verrà attuata, non ho alcun dubbio che la commissione UE non muoverà un dito per opporsi. E da Berlino si sentiranno pesanti mugugni, ma niente di più.

Preoccupante rimane l’idea di aumentare l’IVA di due punti, intervento fortemente regressivo e con impatti moltiplicativi sulla spesa privata che rischiano di essere pesanti. L’aumento IVA andrebbe eliminato o quantomeno concentrato su tipologie di prodotti e servizi di livello medio-alto e alto (in altri termini, quelli acquistati da segmenti di popolazione che si accorgono poco o nulla degli incrementi di prezzo).

Conclusione (molto provvisoria): la presidenza Fillon potrebbe avere conseguenze economiche meno deleterie di quanto attualmente si teme. Detto ciò, per risolvere gli squilibri prodotti (alla Francia) dalle disfunzioni dell’Eurozona, servirebbe parecchio di più di un punto di maggior deficit per diciotto mesi. E a questo dubito che si arrivi.

sabato 26 novembre 2016

Berlusconi sulla moneta complementare

Silvio Berlusconi, pochi giorni fa, ha parlato diffusamente di moneta complementare e di sovranità monetaria. Qui il link all’intervista con Bruno Vespa (dal minuto 29 al minuto 32, all’incirca).

Non chiedetemi in che misura ci si possa fidare di Berlusconi perché non ho risposta, e per la verità non l’avrei neanche se mi poneste la stessa domanda sostituendo al suo nome quello di qualsiasi altro politico. Mi sembra doveroso notare, comunque, che sull’argomento dice cose corrette non al 100% ma quantomeno al 90% sì.

Un altro elemento da non sottovalutare è che Berlusconi, contrariamente a quanto spesso sento dire, è tutt’altro che finito sul piano politico. Finché c’è, continua a controllare almeno un 10-15% dell’elettorato.

Quota che ha buone possibilità di essere decisiva, se dopo il referendum (e qualunque ne sia il risultato) l’Italicum, come mi sempre inevitabile, cadrà, e verrà sostituito da una legge elettorale proporzionale o che comunque renderà necessario formare una coalizione di governo.


martedì 22 novembre 2016

Becchi e Dragoni sui CCF


Paolo Becchi – docente universitario vicino in passato a M5S, oggi alla Lega – e Fabio Dragoni intervengono su Libero Quotidiano con un articolo che menziona la Moneta Fiscale parallela, e specificamente i Certificati di Credito Fiscale, come strumento-ponte per l’uscita dall’euro. Qui il link alla pagina facebook di Stefano Sylos Labini, che riporta l’articolo.

La mia attività di proposta e promozione del progetto CCF è partita ormai da più di quattro anni, quindi i segnali d’interesse sono sempre graditi. Diversamente da Becchi e Dragoni, comunque, ho sempre concepito i CCF come uno strumento che può convivere con l’euro su base permanente, senza necessariamente doverlo sostituire.

L’affiancamento e sostituzione naturalmente è una possibilità, e infatti ne avevo delineato, in prima approssimazione, i possibili passaggi tecnici. Che cosa si verificherà in pratica – affiancamento senza o con sostituzione finale – sarà tuttavia la conseguenza di evoluzioni e decisioni di natura politica.

L’euro è destinato a essere completamente rimpiazzato dalla moneta nazionale introdotta via CCF ? è l’opinione non solo di Becchi e Dragoni ma anche, ad esempio, di Enrico Grazzini e di Giovanni Zibordi. Personalmente non mi ritengo in grado di stimare la probabilità dei diversi scenari.

Ritengo invece che la via Moneta Fiscale sia un progetto tecnicamente e operativamente molto più semplice, rispetto al break-up, per superare le disfunzioni dell’Eurosistema.

Schemi alternativi (quali la revisione dei vincoli di deficit o l'Helicopter Money effettuata dalla BCE) esistono in teoria, ma non vedo nessun segno che sia stia formando un consenso politico, tra gli stati membri dell’Eurozona, per attuarli.

In assenza di questo consenso politico, la soluzione dell’Eurocrisi non può arrivare che da azioni unilaterali di singoli stati: quali, appunto, l’introduzione di Moneta Fiscale nazionale.


domenica 20 novembre 2016

”La storia non si ripete ma fa rima”: seconda guerra mondiale e declino dell’Unione Europea

La citazione del titolo è attribuita a Mark Twain, ma come spesso accade, l’attribuzione è dubbia (non la si ritrova nei suoi scritti). Ma apocrifa o no che sia, qualcosa di simile si sta verificando oggi.

Si è venuta a creare una sostanziale contrapposizione le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale – USA, Russia e Regno Unito – e la UE a “trazione tedesca”. Alleati contro Germania e fiancheggiatori, oggi come nel 1939 o nel 1941.

La presidenza Trump non avrà, nei confronti della UE, l’atteggiamento di costante fiancheggiamento e supporto che caratterizzava Obama, e che sicuramente sarebbe proseguito con Hillary Clinton. Il protezionista Trump non vede certo con favore un progetto politico incentrato su mobilità del lavoro, apertura all’immigrazione, accordi commerciali che spingono alla delocalizzazione. E ha ben chiare le spaventose disfunzioni della moneta unica.

Il Regno Unito ha votato a favore della Brexit. E la Russia di Putin ha, con la UE, diverse situazioni di tensione – tra cui la crisi ucraina e le conseguenti sanzioni economiche.

La Francia si potrebbe aggiungere al gruppo in caso di vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali della prossima primavera. Un evento per il momento non probabilissimo, ma l’eventualità è stimata al 35%-40% dai bookmakers (più affidabili dei sondaggisti, tutto sommato…) contro non più del 5% ante elezioni USA.

L’Italia si sta facendo particolarmente male, oggi come nel 1940, sostenendo l’alleato sbagliato. Analogamente ad allora, più astuto è l’atteggiamento degli spagnoli – che in teoria avrebbero dovuto fiancheggiare l’Asse ma in guerra poi non ci sono entrati. E oggi sostengono l'austerità euroindotta a parole, ma l’hanno attuata molto meno di noi (e se la cavano, di conseguenza, parecchio meglio).

E’ riaffiorata, come avviene periodicamente da quasi 150 anni, la questione tedesca. Un paese troppo importante per essere “come gli altri” in Europa, ma non abbastanza per egemonizzare il resto del continente. Anche per la sua idiosincraticità, per l’incapacità di essere adattabile e flessibile, molto anche per la sua lingua troppo diversa dalle altre.

La UE doveva portare al superamento delle logiche di conflitto e di ricerca dell’egemonia, ma non è andata così. La Germania l’ha utilizzata come uno strumento di perseguimento dei suoi interessi nazionali – o per essere più esatti, delle sue elites industriali e finanziarie. Per la verità non ne ha neanche fatto mistero. Ma il punto è che il progetto non funziona.

La spinta tedesca verso l’egemonismo, tra l’altro, è destinata a fallire anche perché le possibilità della Germania di assurgere a superpotenza mondiale sono molto più remote oggi di allora. Anche e forse soprattutto per il fattore demografico. A molti non è chiaro, credo, che la popolazione tedesca, su un territorio un po’ più piccolo, è oggi all’incirca della stessa dimensione (80 milioni) del 1939. Gli USA nel frattempo sono passati da 130 a 330 ! e la popolazione mondiale da 2,5 miliardi scarsi a quasi 7,5.

Se siamo vicini alla fine dell’Eurocrisi, come spero e ritengo anche probabile, ci si potrà consolare - per quanto pesanti e insensati siano stati i suoi effetti - pensando che almeno non si è arrivati a sparare. Forse perché bene o male l’umanità un po’ più saggia lo è diventata. O forse solo perché la tecnologia ha reso troppo devastante l’ipotesi di un conflitto militare tra grandi potenze.

E se siamo vicini alla fine dell’Eurocrisi, la spinta politica la sta dando, paese per paese, principalmente l’affermazione di formazioni politiche di destra. L’eccezione più importante potrebbe essere l’Italia con il post-politico (e non inquadrabile della dicotomia destra-sinistra) M5S.

Capisco la delusione di chi si colloca a sinistra e avrebbe desiderato un percorso guidato da schieramenti socialdemocratico-keynesiani. Ma chi si doveva collocare in quell’area l’ha abbandonata, fiancheggiando il progetto austero-globalista. O se no, si è rilevato poco incisivo, o è andato in confusione o peggio (vedi Syriza) quando ha avuto possibilità di azione.

Speriamo di essere alla vigilia di una svolta. Ci sono stati trent’anni di keynesismo, di crescita sostenuta, di benessere gradualmente sempre più diffuso, di costruzione dello stato sociale tra il 1945 e il 1975. Ci possiamo rincamminare in quella direzione, come allora e anche meglio.


venerdì 18 novembre 2016

Obama si è scordato dell’Eurozona

La politica economica di Obama merita un giudizio positivo ? non più di una stentata sufficienza. E non aver fatto meglio di una stentata sufficienza ha avuto un’influenza importante sulle recenti elezioni e sulla sorprendente vittoria di Trump.

Obama, stando ai sondaggi, ha concluso la sua presidenza con un buon livello di popolarità, e le proposte economiche di Hillary Clinton erano percepite come una sostanziale continuità rispetto ad Obama. Ma Hillary ha perso, e il motivo principale è che larghi segmenti dell’elettorato USA vivono con malessere la propria condizione.

Disoccupazione sulla carta bassa, ma con partecipazione alle forze di lavoro ben inferiore al livello pre-2008; disparità dei redditi e ineguaglianza sociale altissimi e senza alcuna tendenza a ridursi.

Obama si è insediato, a inizio del 2009, nel pieno di una gravissima crisi, il cui apice è stato il fallimento Lehman nel settembre del 2008. Le sue azioni iniziali sono andate nella direzione giusta, con il varo di un importante piano di stimoli fiscali – 900 miliardi di dollari – che ha invertito il trend e avviato la ripresa.

Il problema è che la gravità della crisi e l’effetto di contrazione della domanda interna sono stati sottostimati. Il piano del 2009 – come notato in effetti, ai tempi, da parecchi commentatori – per quanto di dimensione assoluta rilevante, sarebbe dovuto essere ancora maggiore, probabilmente per almeno altri 300 miliardi.

La ripresa USA, di conseguenza, c’è stata, ma blanda e percepita come insoddisfacente da una larga parte della popolazione.

Naturalmente siamo lontani anni luce dai disastri dei vari paesi dell'Eurozona che hanno seguito le prescrizioni UE. Ma comunque Obama, o meglio il partito democratico, a partire delle elezioni 2010 hanno perso il controllo del congresso, arrivando nel 2014 ad essere in minoranza sia alla camera che al senato.

A quel punto Obama aveva senza dubbio compreso che si sarebbe dovuta intensificare l’azione espansiva, con un ulteriore programma di spesa rivolto, per esempio, agli investimenti infrastrutturali. Purtroppo, semplicemente, non era in grado di farlo approvare dal congresso.

L’amministrazione USA avrebbe potuto fare qualcosa di meglio per superare questa situazione di stallo ?

La risposta è positiva: avrebbe dovuto muoversi diversamente nei confronti della crisi dell’Eurozona. La situazione economica USA è stata influenzata anche, ovviamente in negativo e in misura apprezzabile, dalle scellerate politiche di austerità intraprese nell’Eurozona, a partire soprattutto dal 2011. La pesantissima caduta di domanda interna eurozonica, principalmente nel 2012-2013, non seguita da alcuna ripresa di portata paragonabile, è stata un grave fattore frenante per l’intera economia mondiale, USA inclusi.

La presidenza USA avrebbe potuto contrastare tutto questo ? sicuramente sì. Mettendo in gioco il suo peso politico, avrebbe potuto indurre la UE – e soprattutto il governo tedesco – quantomeno ad attenuare le azioni “prescritte” ai vari paesi del Sud Europa. Se Obama è stato in grado di persuadere la UE ad imporre sanzioni alla Russia in conseguenza della crisi ucraina (sanzioni dannose per le economie europee, che nessuno aveva in realtà voglia di porre in atto…) poteva, analogamente, mutare la rotta su cui era avviata l’Eurozona. Almeno parzialmente, ma comunque in misura significativa.

Questo non è accaduto. Gli USA si sono solo preoccupati di non far deflagrare la situazione. Hanno supportato il “whatever it takes” di Draghi, che ha evitato la rottura dell’euro ma non ha invertito il segno depressivo delle politiche fiscali. Nel 2015, hanno persuaso Tsipras a non uscire dall’euro promettendo sostegno alle richieste di stralcio del debito greco – richieste che sono rimaste però, e sono tuttora, lettera morta. In altri termini si sono solo preoccupati che la barca eurozonica non affondasse, non che fosse messa in condizioni di navigazione decorose.

Obama non ha capito quanto il benessere economico USA dipendesse da quello europeo, e quanto sbagliata fosse la direzione in cui le cose si stavano muovendo oltre Atlantico. Mentre risolvere la crisi dell’Eurozona, o quantomeno impedire una gestione così catastrofica, era l’elemento chiave che avrebbe trasformato la ripresa USA da passabile a robusta. E sarebbero stati, tra l’altro, migliori i risultati elettorali del partito democratico nel 2010, 2012 e 2014, col che Obama avrebbe avuto spazi di azione molto maggiori anche all’interno.

Obama si è scordato dell’Eurozona. E se il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca si insedierà Donald Trump, e non Hillary Clinton, lo dobbiamo in larghissima misura a questo.