sabato 9 gennaio 2016

Euro e stagnazione della produttività italiana

Ormai da diversi anni, un tema oggetto di intenso dibattito è la stagnazione delle produttività che l’economia italiana ha sperimentato in prossimità dell’ingresso nell’euro, e ancora di più successivamente.

Sul tema si è espresso tra gli altri Alberto Bagnai, constatando che da metà degli anni Novanta la crescita della produttività italiana si è sostanzialmente arrestata, in corrispondenza con l’”aggancio” della lira a quello che sarebbe poi stato il cambio d’ingresso nell’euro (1936,27, e 990 contro marco).



Più di recente, Guido Iodice ha fatto notare che il grafico di Bagnai mette in correlazione la crescita della produttività con il cambio nominale lira / marco. Questo, nota Iodice, è inesatto perché il confronto va fatto con il cambio reale (cioè con il cambio corretto per tener conto delle differenze di inflazione tra Italia e Germania).



Effettivamente, se confrontiamo produttività e cambio nominale (il “grafico Bagnai”, il primo sopra riportato) si nota che la produttività italiana ristagna, sostanzialmente, a partire dal momento in cui il cambio con la Germania si blocca, mentre in precedenza le due curve salivano all’incirca di pari passo.

Ma se confrontiamo produttività e cambio reale (il “grafico Iodice”) si notano fenomeni differenti. La produttività italiana ha continuato a salire sia in anni in cui il cambio reale si rafforzava (1976-1992) sia successivamente alla rottura dello SME, quando si è (fine 1992-1994) fortemente indebolito.

Per far luce sul tema, è utile prendere in considerazione la legge di Kaldor-Verdoorn, secondo la quale la produttività tende a salire in funzione del prodotto fisico di un sistema economico.

La ragione è intuitiva. Se un’economia cresce, ci sono più risorse a disposizione, e più incentivo ad investirle in nuovi impianti e tecnologie più avanzate. E ci sono anche maggiori economie di apprendimento – più si fa, e meglio s’impara a fare, banalmente detto.

Fino all’avvento dell’euro, la crescita reale dell’economia italiana è stata soddisfacente, in linea con le medie europee. E la produttività è aumentata di pari passo. Qui un altro ben noto grafico di fonte Bagnai mostra il graduale avvicinamento del PIL procapite italiano rispetto alle medie UE15 tra il 1970 e metà degli anni Novanta (e la drammatica successiva inversione di tendenza).



Il rafforzamento del cambio reale del periodo precedente al 1992 non ha rallentato la crescita italiana, ma ha deteriorato le partite correnti e in particolare il saldo commerciale estero. Negli anni tra il 1980 e il 1992, periodo nel quale il cambio reale italiano si rafforzava, le partite correnti in percentuale del PIL sono state mediamente passive in misura pari all’1,5% circa, e del 3% nel 1992 – anno in cui l’Italia è stata costretta ad abbandonare lo SME.

Il riallineamento valutario si è accompagnato a un’inversione di segno delle partite correnti, fino a un surplus del 2,5% circa nel 1996. Di pari passo all’”aggancio euro” si è poi avuta una riduzione di questo surplus, fino a raggiungere una sostanziale parità intorno al 1998-2000.

Partite correnti in equilibrio, in situazione di domanda interna italiana a livelli normali (non euforici né depressi), implicano che il cambio di ingresso nell’euro non era, almeno inizialmente, “sbagliato”.

La crescita italiana ha rallentato in quegli anni, ma l’indiziato principale non è il cambio bensì l’adozione di politiche economiche restrittive, finalizzate a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht: in particolare, con riferimento a inflazione e rapporto deficit pubblico / PIL.

A questo punto il rallentamento della crescita ha prodotto la stagnazione della produttività. Nel frattempo la Germania guadagnava non tanto in termini di produttività, ma di competitività – attuando politiche di forte contenimento salariale.

L’Italia è quindi entrata in un circolo vizioso. La combinazione di politiche economiche restrittive, di stagnazione della produttività e di peggioramento della competitività ha agito negativamente sulla domanda, sulla crescita e di conseguenza (Kaldor – Verdoorn) ha ulteriormente penalizzato la produttività.

La crisi finanziaria del 2008 ha ulteriormente enfatizzato questa situazione negativa. E l’austerità adottata dal 2011 in poi, in diretta conseguenza della crisi dei debiti sovrani, ancora di più.

Il nesso tra euro e stagnazione della produttività quindi esiste ed è estremamente significativo, ma per ragioni più variegate rispetto a una semplice causazione cambio sopravvalutato ==> ristagno della produttività.

L’euro ha svolto un ruolo in quanto:
UNO, la necessità di rispettare i parametri di Maastricht ha costretto l’Italia ad adottare e mantenere politiche fiscali restrittive.
DUE, i guadagni di competitività tedeschi in un regime di monete nazionali e cambi flessibili sarebbero stati, con ogni probabilità, gradualmente compensati dalla rivalutazione del marco contro la lira. Questo non è avvenuto, ed ha ulteriormente penalizzato la crescita italiana.

Ma:
TRE, l’euro entra ancora di più in gioco a partire dal 2011, in quanto le tensioni e gli squilibri commerciali tra Nord e Sud dell’Eurozona hanno fatto temere che potesse verificarsi la rottura della moneta unica. Questo ha portato, tra le altre cose, al calo di valore dei titoli di stato sudeuropei rispetto a quelli dell’ex area marco, quindi all’innalzamento degli spread sui tassi d’interesse.

Quanto sopra è una diretta conseguenza dell’euro, in quanto la pressione al ribasso sul valore dei titoli di stato sud-eurozonici avrebbe preso la forma – in regime di debiti espressi in monete nazionali, e di cambi flessibili – di un indebolimento del cambio (che tra l’altro sarebbe stato un fattore di riequilibrio dell’economia reale) e non della salita degli spread.

Peggio ancora, come condizione per i sostegni forniti dalla BCE ai debiti pubblici del Sud, sono state richieste forti restrizioni fiscali (l’austerità) in una situazione in cui la domanda non aveva ancora recuperato gli effetti della crisi Lehman: ulteriore pesante impatto negativo sul PIL e sulla produttività.

Tutto questo non assolve i governi italiani (né le autorità UE) dall’imputazione di aver commesso vari e gravi errori nell’impostazione delle politiche economiche degli ultimi quindici anni.

Anche in presenza dell’impossibilità di riallineare il cambio, l’Italia avrebbe potuto adottare politiche di riequilibro della competitività nei primi anni dell’euro, non necessariamente comprimendo i salari ma ad esempio riducendo il cuneo fiscale (e utilizzando a tal fine uno sforamento dei vincoli di Maastricht nel periodo – principalmente 2002-2004 - in cui sforava la Germania).

E soprattutto, nel 2011 (1) Monti non avrebbe dovuto accettare l’adozione di livelli di austerità così massicci (sotto forma principalmente di imposte su patrimonio e consumi e di tagli di spesa pensionistica) e (2) nella misura in cui questi interventi fossero stati attuati, almeno in parte si sarebbe dovuto utilizzarli (anche qui) per ridurre il cuneo e quindi il costo del lavoro lordo per le aziende.

E’ comunque indubbio che l’euro, o più propriamente i vincoli dell’Eurosistema e l’insieme delle politiche adottate per cercare, in qualche modo, di evitarne la rottura, hanno una stretta relazione con il declino della produttività italiana.

La soluzione passa dall’uscita da questi vincoli. Il che si attua mediante politiche espansive della domanda, abbinate a un miglioramento della competitività delle aziende (per evitare l’insorgere di squilibri commerciali esteri). Miglioramento della competitività che, anche in presenza dell’impossibilità di riallineare il cambio, può essere ottenuto con una forte riduzione di contributi e oneri a carico delle aziende.

Il progetto CCF è una strada possibile per ottenere questi risultati: uno strumento monetario parallelo – i Certificati di Credito Fiscale – con cui effettuare azioni di spesa pubblica, trasferimenti ai privati, e assegnazioni alle aziende in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti (riducendo di conseguenza il costo del lavoro effettivo).

La rottura della moneta unica e il conseguente riallineamento valutario non è quindi l’unica modalità possibile attraverso cui risolvere l’Eurocrisi. Ma l’uscita dai vincoli dell’Eurosistema (nella sua impostazione attuale) è assolutamente indispensabile.

Con la ripresa di domanda, PIL e occupazione, tutto lascia pensare che riprenderà a salire anche la produttività delle aziende italiane. La legge di Kaldor-Verdoorn funziona in entrambe le direzioni.


Il ristagno della produttività italiana non deriva da discontinuità tecnologiche, da sconvolgimenti geopolitici, dall’inadeguatezza della classe imprenditoriale italiana. Niente di tutto questo. E’ la conseguenza di un sistema di governance economico-monetario sbagliato, e delle politiche errate e insostenibili con cui prima lo si è introdotto, e poi si è cercato di rabberciarne le disfunzionalità.

10 commenti:

  1. A me pare che si possa comunque ricondurre l'intero problema alla sola moneta unica dal momento che le politiche restrittive non sono semplicemente una scelta o un'imposizione dei trattati ma sono necessarie per non mantenere un sistema stable senza introdurre forme di redistribuzione o di valuta nazionale (come anche i CCF).

    Vedo nell'obiezione di Iodice una forma di "strawmen argoment": da quanto dice si evincerebbe che la fissazione del cambio avrebbe ridotto la produttività solo attraverso la riduzione della competitività. Ma:
    1) E' questa la tesi di Bagnai?
    2) E' questo l'unico modo di sostenere che esista una correlazione positiva tra fissazione del cambio e riduzione della produttività?

    Come si è più volte sottolineato in questo blog la variazione del cambio può essere "spesa" o "incassata" in modi diversi in base alle politiche fiscali che si adottano:
    - posso decidere (col cambio bloccato) di mantenere invariata la crescita e la disoccupazione e perdere competitività (come la Spagna e la Grecia)
    - posso decidere al contrario di non perdere competitività pagando come prezzo quello di aumentare la disoccupazione e per tenere l'inflazione più bassa (come l'Italia)

    Nel primo caso si arriva inevitabilmente ad un accumulo insostenibile di debiti (pubblici o privati) che costringe a virare sulla seconda strategia, e dunque la radice del problema rimane sempre e comunque la fissazione del cambio.

    Sbaglio?

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    1. Volevo dire che "le politiche restrittive [...] sono necessarie per mantenere un sistema stabile senza introdurre forme di redistribuzione o di valuta nazionale (come anche i CCF)".

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    2. L'intero problema senz'altro è riconducibile al sistema che è stato costruito intorno all'euro. Il che non toglie che (tecnicamente) era possibile impostarlo in maniera differente.
      Iodice si è limitato a far notare un'incongruenza nel grafico di Bagnai - la produttività va confrontata con il cambio reale, non con quello nominale. Il che è giusto ma non toglie (per i motivi che spiego nel mio articolo) che le rigidità del sistema abbiano retroagito negativamente sulla produttività.
      Bagnai più che enunciare una tesi ha constatato un fatto che, al di là dell'incongruenza del suo grafico, è vero: l'aggancio al cambio di ingresso dell'euro coincide con la stagnazione della produttività italiana. Io, nell'articolo, mi sono proposto di spiegare il fenomeno in modo convincente. Credo di esserci riuscito (se no, non l'avrei pubblicato) ma lascio il giudizio a chi legge...
      Spagna e Grecia almeno fino al 2008 sono effettivamente cresciute, pagando un prezzo in termini di indebitamento esterno e di perdita di competitività.
      L'Italia è cresciuta molto meno anche prima del 2008 e ha comunque perso competitività. L'unico vantaggio è stato che abbiamo accumulato molto meno indebitamento esterno: qui.

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    4. ragionamento e' condivbisibile..diminuito il debito estero
      ma che prezzo...inoltre target2 importante ,anche se non sono debiti* in senso stretto
      https://3.bp.blogspot.com/-Y8pDMJ3V9Xg/WRAtD89waSI/AAAAAAAAGHE/ddSOV-Xjnp8oqmlqec0y-MO4Zo3KiOaXgCLcB/s1600/Macon_05.JPG

      il grafico del signore con la faccina di keynes e' molto
      discutibile e male realizzato ,ne parla bagnai nel post su macron
      poi come giustamente si argomenta non e' solo il tasso di cambio ma le politiche economiche conseguenti
      ad esempio alcuni ( daveri etc) argomentano che le riforme del mercato del lavoro abbiano danneggiato la produtivita'

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    5. Plausibile, non è certo rendendo il lavoro sempre più precario che migliori la produttività. Casomai la competitività di costo.

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    6. ...ma a prezzo di un'ulteriore compressione della domanda interna, antisociale e comunque, nel contesto attuale di domanda depressa, controproducente, anche più del solito.

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    7. il link che ho in inserito sopra e' al grafico
      di bagnai sul reer
      quanto alla criticità' delle riferme del lavoro su
      produttività' sono super d' accordo con quanto scritto
      c' e' stata una convergenza a spingere su tagli
      su costo lavoro ( anche con forte immigrazione)
      per abbattere inflazione verso convergenza con quella
      eurocore" tedesca" e concentrare domanda* su fascia alta/lusso

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