martedì 11 luglio 2017

CCF e Moneta Fiscale, chiarimenti sui dubbi di Wolfgang Munchau


Il 3 luglio scorso si è tenuto alla Camera dei Deputati un convegno organizzato dal M5S, dal titolo di “The Italian Public Debt in the Eurozone”.

Partecipava anche Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times e responsabile del sito “Eurointelligence”, dedicato principalmente alla UE e all’Eurozona.

Qui di seguito alcuni suoi commenti:

“E’ stato dato molto spazio al dibattito sui Certificati di Credito Fiscale – dei buoni emessi dallo Stato e che possono essere utilizzati per il pagamento delle imposte. Ricordiamo che Yanis Varoufakis ha lavorato su uno schema simile per la Grecia e uno dei suoi consulenti di allora ha fornito alcuni dettagli su come tale sistema possa essere messo in funzione, e sul perché in Grecia non ha funzionato. La risposta è stata che richiede un livello straordinario di preparazione tecnica e logistica, che è al di fuori della portata delle competenze realmente disponibili per la maggior parte dei governi.

Conferenze come queste non raggiungono mai un consenso, ma sollevano domande. Una delle domande sui Certificati di Credito Fiscale è se siano sostenibili o se siano solamente uno strumento transitorio. E’ solo uno strumento attraverso il quale un paese effettua la transizione verso una nuova valuta, o semplicemente una misura di liquidità a breve termine, o può funzionare come una forma di moneta complementare ?”

Vale la pena di rispondere punto per punto.

Quanto alla “preparazione tecnica e logistica”, il consulente (ai tempi) di Varoufakis presente al convegno ha citato “tempi e difficoltà operative” relative alla stampa e alla distribuzione di nuove banconote. Ora, in realtà il progetto Moneta Fiscale NON prevede l’emissione fisica di banconote e monete, ma l’attivazione di due possibili metodi alternativi di produzione e distribuzione dello strumento monetario.

Il primo è una carta elettronica, distribuita alla popolazione, su cui la Moneta Fiscale viene accreditata, e che può essere utilizzata per pagamenti analogamente a una carta di credito o a un bancomat.

Il secondo – i Certificati di Credito Fiscale propriamente detti – è un titolo emesso dallo Stato e assegnato (senza contropartita) a una pluralità di soggetti: lavoratori dipendenti a integrazione delle loro retribuzioni; aziende a riduzione del cuneo fiscale; pensionati e categorie disagiate per interventi di spesa sociale; enti pubblici locali per riavviare opere di pubblica utilità sul territorio; eccetera.

I CCF nella forma “titolo” possono circolare sulle stesse piattaforme elettroniche di negoziazione e scambio oggi utilizzate per i titoli di Stato – BOT, BTP, CCT, CTZ eccetera – che sono ampiamente diffuse e rodate. E il soggetto che li riceve deve semplicemente disporre (o aprirlo se non ne ha uno) di un “conto deposito titoli” presso la sua banca.

I CCF sono a tutti gli effetti un titolo di Stato: la differenza rispetto agli altri è che non si tratta di un titolo di debito (non è soggetto a rimborso in euro, ma deriva il suo valore dall’utilizzabilità per beneficiare dei sconti d’imposta).

Non si parla quindi, in nessuno dei due casi, di produrre e distribuire banconote. La Moneta Fiscale via supporto elettronico richiede probabilmente non più di qualche mese di lavoro per essere predisposta. Il CCF è ancora più rapido: nuove categorie o scadenze di titoli di Stato vengono introdotte ogni mese. I tempi tecnici necessari all’attuazione di un provvedimento normativo che introduce i CCF si misurano in giorni, o al massimo in poche settimane.

In altri termini, nulla che non sia ampiamente alla portata delle competenze tecnico-logistiche dello Stato italiano.

Quanto agli altri punti:

I CCF sono senz’altro una riforma che può avere natura permanente e non transitoria. Possono essere una transizione che porta all’introduzione di una moneta nazionale e all’uscita (di fatto, e poi anche formalmente) dall’eurosistema, ma non c’è necessità che le cose si evolvano in questo modo. Se accadrà, sarà in conseguenza di decisioni politiche, non di fattori tecnici.

Possono quindi costituire una moneta complementare utilizzata insieme all’euro (e, peraltro, denominata in euro e ad esso agganciata in quanto dà diritto a sconti d’imposta su base 1:1 – posso indifferentemente pagare tasse in euro, o ridurle di pari importo presentando un dato ammontare facciale di CCF).

E non sono una misura di liquidità a breve termine in quanto il programma di emissione, e il conseguente rilancio dell’economia italiana (o di qualsiasi altro paese che li introduca), si svilupperà nel corso di alcuni anni (vedi pagina 11, qui).

Tuttavia, non è escluso che un’evoluzione economica favorevole renda possibile ridurre, tra alcuni anni, l’ammontare di CCF in circolazione, e magari addirittura azzerarli. Ma i CCF resteranno uno strumento disponibile e riutilizzabile al presentarsi di necessità future.

In altri termini, un sistema euro + CCF è sostenibile nel tempo, e il suo utilizzo è modulabile in funzione delle necessità. Può essere quindi l’architrave di un sistema economico-monetario permanente.


8 commenti:

  1. A me non è chiaro come i CCF possano funzionare nel lungo termine se applicati a livello europeo. Nel caso in cui vengano applicati solo in Italia, con la competitività recuperata dovremmo riuscire a tenerci più o meno in pareggio con l'estero e a non avere problemi.
    Ma, se applicati a livello europeo, ci saranno paesi come la Grecia che avranno deficit esteri di qualche punto di pil e dovranno emettere più CCF per compensare, quindi col passare del tempo i CCF andranno man mano a sostituire gli euro.
    Per cui senza trasferimenti o senza violare le regole europee i CCF funzionerebbero solo come strumento per facilitare il ritorno alle monete nazionali. O sbaglio?

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    1. Non necessariamente. Anche in Grecia la quantità totale di CCF in circolazione sarebbe probabilmente pari a circa il 25% del PIL (contro il 10% in Italia), al massimo. Una stima approssimativa dell'ordine di grandezza corrisponde alla percentuale dell'output gap da recuperare. Queste percentuali possono essere inferiori se (com'è molto probabile) la ripresa della domanda produrrà, magari non immediatamente ma a partire dal secondo-terzo anno del programma, un recupero degli investimenti privati finanziati da un rimbalzo del credito bancario (oggi decisamente depresso).

      L'assetto euro + CCF quindi può essere una struttura stabile e permanente per l'Eurozona. Che diventi invece (o meno) una transizione verso lo scioglimento, dipenderà dall'evoluzione della politica, non da necessità tecniche.

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    2. Ma metti che anche dopo aver recuperato tutto l'output gap un paese abbia stabilmente un 3-5% di deficit/pil con l'estero. Se rispetta le regole europee (facciamo che non deve superare il 3% di deficit pubblico, se deve rispettare pure il fiscal compact è ancora peggio) è quasi matematico che prima o poi avrà problemi, perché l'unico modo che avrebbe per sostenere la crescità sarebbe o un incremento del credito bancario insostenibile nel lungo termine o un incremento della quota di CCF in circolazione che man mano sostituirebbero gli euro sempre di più.

      Sostanzialmente quello che sto dicendo è che in base al deficit estero e ai limiti imposti dall'unione europea l'assetto euro + CCF non può essere stabile. Ad esempio supponiamo un caso estremo: paese con deficit estero al 10% e obbligo di rispettare il pareggio di bilancio in euro. Come si regge?

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    3. Parliamo di deficit estero o di deficit pubblico ? I deficit pubblici attualmente sono bassi dappertutto, e recuperando l'output gap si abbasserebbero ulteriormente. Poi si potrebbe avere un'immissione annua di CCF che incrementi la base circolante in misura pari per esempio alla crescita del PIL nominale (es. 2% reale + 2% inflazione, quindi 4% totale). Gli euro in circolazione salirebbero di pari passo perché si espanderebbe il credito bancario (anche tenendo a zero il deficit pubblico inteso come differenza tra incassi e pagamenti pubblici in euro). La struttura sarebbe quindi stabile nel senso che il rapporto tra CCF ed euro in circolazione non muterebbe significativamente nel tempo.

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    4. Riguardo al deficit estero, il problema non si pone per l'Italia (che attualmente ha un grosso surplus) e neanche per la Grecia (in pareggio). Casomai per Spagna e Francia. La leva d'azione comunque in questo caso è allocare più CCF a riduzione del cuneo fiscale nei paesi maggiormente in deficit, per ottenere competitività più omogenea e minori squilibri nei saldi commerciali esteri.

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  2. Allora, provo a dirlo in un altro modo sperando di usare i termini giusti. Io sto considerando 3 fatti:

    1) se vuoi tenere costante il rapporto tra stock di euro e stock di CCF, devono crescere più o meno alla stessa velocità;

    2) se hai un deficit estero molto alto lo stock di euro cresce molto lentamente o addirittura decresce. Questo perché a causa delle regole europee hai un limite sui deficit pubblici in euro e perché il credito bancario non può espandersi più di un certo tanto (ripeto, supponiamo il caso estremo di deficit estero al 10% e pareggio di bilancio in euro. È impossibile che il credito bancario si espanda così tanto da compensare, non sarebbe sostenibile nel lungo termine);

    3) se lo stock di euro cresce molto lentamente o decresce, se non vuoi frenare l'economia devi compensare con una maggiore allocazione di CCF;

    Se ne deduce che se hai un deficit estero troppo alto e non vuoi frenare l'economia, il rapporto tra CCF ed euro in circolazione deve aumentare.

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Sono d'accordo: l'implicazione però è chi ha deficit commerciali esteri elevati li deve ridurre. E come dicevo prima la leva utilizzabile è una maggiore destinazione dei CCF al ripristino della competitività via riduzione del cuneo fiscale. Ad ogni modo è un problema che per l'Italia non si pone: abbiamo un surplus commerciale tutt'altro che disprezzabile - 58 miliardi nel 2016, quest'anno probabilmente si ridurrà un po' ma restando comunque dell'ordine dei 50, ovvero circa 3% del PIL.

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