domenica 15 ottobre 2017

Ferruccio De Bortoli e la Moneta Fiscale

Ferruccio De Bortoli ha pubblicato su “Corriere Economia” un pezzo sulla Moneta Fiscale. Il Corriere ci ha dato disponibilità a pubblicare una replica, cosa che dovrebbe avvenire, credo, lunedì 23 prossimo. Vi anticipo intanto un mio primo draft; la versione finale della risposta dirà cose in parte simili ma anche (ovviamente…) in parte diverse nonché più estensive, grazie alle integrazioni di Biagio Bossone, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini.

Ferruccio De Bortoli va ringraziato per l’attenzione dedicata, nell'articolo del 9 ottobre u.s., alla nostra proposta di rilanciare l’economia italiana introducendo uno strumento finanziario denominato Certificato di Credito Fiscale (CCF) o Titolo di Sconto Fiscale (TSF). E’ appropriato, d’altra parte, cogliere l’occasione per una serie di chiarimenti in merito ai dubbi che sono stati espressi.

Una prima osservazione: purtroppo, l’ottimismo sull’economia italiana manifestato da De Bortoli è – allo stato attuale – difficile da condividere. Le esportazioni crescono e i saldi commerciali esteri sono ampiamente positivi, certo. A riprova che dove c’è domanda, le nostre aziende continuano a essere competitive. Ma il problema è appunto la carenza di domanda interna – conseguenza dei vincoli imposti dal “sistema euro” nella sua conformazione attuale.

Il +1,5% previsto per il PIL reale 2017 implica che permane un delta negativo di circa 100 miliardi (un buco del 6% circa) rispetto ai livelli 2007 – dieci anni fa ! La disoccupazione è doppia, le persone in povertà assolute triple, la qualità dei posti di lavoro che si creano è scadente, con ampie e crescenti sacche di precariato e lavoro a tempo limitato.

Crescite dell’uno virgola non migliorano il profondo disagio sociale in cui è caduto il nostro paese. Sono a stento sufficienti a non peggiorare la situazione.

E questo quadro è in realtà fortemente a rischio di peggiorare. L’establishment politico tedesco (sia il ministro delle finanze uscente Schaeuble, che Lindner, il leader del partito liberale FDP, probabile componente della prossima coalizione di governo) preme per un meccanismo di ristrutturazione automatica dei debiti pubblici dei paesi in difficoltà. Il costituendo governo olandese è su posizioni simili. E la vigilanza BCE spinge per accelerare lo smaltimento dei non-performing loans detenuti dalle banche.

Il rischio è affossare la debole e insufficiente crescita che in questo momento l’Italia è faticosamente arrivata a conseguire. La ristrutturazione automatica dei debiti pubblici, poi, ha forti probabilità di innescare l’uscita dall’Eurozona dei paesi interessati.

Di fronte a questi problemi, i CCF sono una soluzione estremamente plausibile.

Il loro valore è agganciato all’euro, in quanto a partire da una data futura prestabilita sono utilizzabili illimitatamente per ottenere sconti fiscali. Non possono quindi verificarsi significative discordanze di valore tra euro e CCF, purché ovviamente non giungano a utilizzo CCF in quantità prossima alle entrate pubbliche lorde. In questo caso la perdita di valore sarebbe causata dalla difficoltà di utilizzare tutti i CCF nell’anno in cui scatta il diritto allo sconto: ma il problema non sussiste in quanto il progetto prevede un’amplissima copertura (minimo 5:1, più probabilmente 10:1).

L’innesco di un “moltiplicatore fiscale” elevato – crescita di PIL superiore ai CCF emessi – è giustificato dagli attuali livelli di domanda aggregata, fortemente inferiori alle capacità produttive dell’economia. Ne sono prova proprio l’altissimo livello di disoccupazione e sottoccupazione, e il PIL reale enormemente inferiore ai livelli raggiunti una decade (!) fa. Il moltiplicatore fiscale è alto in contesti del genere (mentre è vicino a zero se le condizioni dell’economia sono già toniche: in assenza di risorse produttive da mettere al lavoro, introdurre domanda innalza i prezzi, non le quantità prodotte).

Del resto, una prova chiarissima dell’alto moltiplicatore in condizioni di depressione economica l’abbiamo avuta, disgraziatamente, a causa delle azioni di segno opposto (“consolidamento fiscale”) attuate nel 2011-2012: tredici trimestri di caduta consecutiva e cinque punti di PIL lasciati sul terreno (nonché un rapporto debito pubblico lordo / PIL che è salito invece di scendere, a causa della flessione del denominatore).

Quanto al dubbio che i CCF in circolazione dovrebbero essere conteggiati come parte del debito pubblico, trattati e regolamenti UE ed Eurostat sono chiarissimi: debito è solo quello a fronte del quale lo Stato è impegnato a un pagamento in euro. Il diritto a conseguire uno sconto d’imposta non lo è, altrimenti per assurdo dovrebbe essere “debito dello Stato” (un esempio tra molti) la minore imposta conseguente dal diritto ad ammortizzare un impianto industriale negli anni futuri di utilizzo.

De Bortoli commenta che sussiste il rischio di “caos che si scatenerebbe sui criteri di distribuzione”. Ma qualsiasi azione di politica fiscale (spesa e tassazione) comporta effetti distributivi: compito degli organi di governo è gestirli, ed è quanto avviene da sempre – non certo dal momento in cui si introducono i CCF.

Quanto all’osservazione (sempre di De Bortoli) che “non si riflette a sufficienza sugli effetti diseducativi di un reddito gratuito”: i CCF non nascono per questo. L’allocazione è per varie finalità – integrazione di reddito ai lavoratori, riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, finanziamento di investimenti pubblici, spesa sanitaria, pubblica istruzione. Potere d’acquisto in più, quindi, a chi lavora, o per generare più lavoro. La critica di De Bortoli ha senso se rivolta a proposte quali il reddito di cittadinanza del M5S: che è una, ma solo una, delle tante cose che i CCF possono contribuire a realizzare – e se non piace, va criticata quella proposta, non lo strumento.

De Bortoli teme poi che la manovra “sarebbe percepita come una scorciatoia, una furbizia, rivelatrice di difficoltà di bilancio ben superiori alla realtà”. Ma le difficoltà – si è detto sopra – esistono: l’errore imperdonabile è ignorarle. I paesi del Nord chiedono che venga rigorosamente imposto un tetto massimo ai debiti pubblici, quelli del Sud (Francia inclusa) hanno invece bisogno di rilanciare domanda, produzione e occupazione.

La soluzione CCF riconcilia le due posizioni. Nessuno potrà mai forzare uno Stato a non onorare l’impegno di accettare CCF. D’altra parte, lo Stato che attuasse il programma in modo indisciplinato sarebbe punito dallo svilimento di valore dei suoi CCF (se ne emettesse una quantità che allunga i tempi di utilizzo effettivi) senza ricadute o rischi sugli altri paesi.

In sintesi: tetto massimo ai debiti pubblici in misura pari ai livelli attuali, in tutti i paesi. Ognuno è libero di emettere CCF nazionali, perché non richiedono garanzie e non implicano rischi per i partner dell’Eurozona. Ogni paese ritrova le leve d’azione necessarie per riportare domanda, occupazione, attività economica a livelli tonici.

E l’Eurosistema ottiene finalmente condizioni di efficienza e di sostenibilità, che oggi non sussistono.


5 commenti:

  1. Complimenti, ho trovato il suo articolo in versione inglese su Zero Hedge. Me lo leggerò poi con calma e, visto che posso, in italiano. :)

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    1. L'interesse mediatico è in crescita; una previsione facile è che lo vedremo aumentare ancora parecchio, da qui alle elezioni...

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    2. è possibile avere il link ?

      certo che rispetto ad anni fa l'argomento sta sempre di più suscitando interesse...

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    3. link di Zero Hedge

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    4. Eccolo http://www.zerohedge.com/news/2017-10-15/italys-parallel-fiscal-currency-all-you-need-know

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